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Centri-lager in Africa, il Friuli si mobilita

Reazioni di choc e rabbia alle immagini in cui si testimoniano le condizioni di vita dei malati di mente. La governatrice Serracchiani: «Ci muoveremo immediatamente per garantire il contributo della Regione»

3 minuti di lettura

UDINE. Le immagini, specialmente se crude e prive di filtro, spesso permettono di trasmettere, più di qualsiasi parola, in maniera diretta e immediata un messaggio. O una denuncia che è, insieme, un atto di accusa verso l’Occidente come quello che il nostro giornale ha voluto lanciare pubblicando il reportage sulle condizioni in cui si trovano i malati di mente in Africa.

E, grazie al lavoro dell’associazione Jobel di San Vito al Torre che dal continente nero ha trasportato in Italia quelle istantanee che testimoniano l’incubo che si perpetua in Africa occidentale, qualcosa comincia a muoversi. Perchè lo sconcerto che ha creato la presa d’atto dell’esistenza di queste nuove forme di schiavitù ha toccato le coscienze di tanti. Tanti che, adesso, vogliono battersi per abbattere il muro di silenzio delle istituzioni europee e mondiali.

Ma soprattutto per cancellare dalla faccia della terra la vergogna di questi “centri di preghiera” in cui sedicenti profeti si arricchiscono sulla pelle della povera gente. Incassando fiumi di denaro per incatenare le persone agli alberi o al cemento, picchiandoli e martoriandoli sino alla morte. E la prima a muoversi, ieri, è stata Debora Serracchiani che ha garantito sia l’interessamento personale che quello della Regione.

Reazioni

Sono stati molti, e variegati, sin dalle prime ore del mattino i feedback al reportage pubblicato ieri. A livello di Fvg, certamente, ma anche da parte delle associazioni, dei volontari e delle testate che si occupano espressamente di Africa, o della difesa dei più deboli, a qualsiasi latitudine. Gruppi, e semplici persone, sconvolte dalla barbarie a cui sono condannati a vivere migliaia di persone inermi in Costa d’Avorio, Benin, Burkina Faso, Ghana e Togo.

Ma anche tante reazioni che plaudono alla tenacia e al lavoro di Gregoire Ahongbonon, il “Basaglia nero” che da oltre un trentennio combatte quotidianamente per liberare i malati mentali dalle catene tra il silenzio di chi – in primis l’Onu e l’Organizzazione mondiale della sanità – potrebbe concretamente contribuire a mettere la parola fine alla vergognosa esperienza dei “centri di preghiera”.

Un’infamia contro cui si batte Gregoire e anche la friulanissima associazione “Jobel onlus” che, però, ha bisogno di fondi e di contributi per continuare la sua lotta, ma che adesso – ed è questa la vera speranza – potrebbe contare su tanti amici (e finanziatori) in più. Per continuare a regalare una speranza di futuro a chi, in Africa, è condannato a una morte certa fatta di atroci sofferenze, privazioni e figlia di credenze mistiche e superstizioni che, da noi, rimandano ai secoli più bui del Medioevo europeo.

Si muove Serracchiani

Una buona parte dell’attività della “Jobel” si sviluppa grazie ai fondi regionali messi a disposizione dal Fvg attraverso la legge 19 del 2000 per la promozione delle attività di cooperazione allo sviluppo e al partenariato internazionale. E proprio dalla Regione, per bocca della governatrice, è arrivato, ieri, il principale assist a favore dell’associazione.

«Non immaginavo assolutamente – ha spiegato Debora Serracchiani – che nel 2015 potesse ancora esistere qualcosa di anche lontanamente paragonabile a quello che sta accadendo in quei Paesi. Quelle immagini mi hanno colpito al cuore e sono sicura che hanno avuto lo stesso effetto in tutti i cittadini del Fvg. Una regione che è sempre stata in prima linea sul tema delle malattie mentali e che, grazie all’azione di Franco Basaglia, è stata in grado di cambiare il mondo e i metodi di cura».

Per la soluzione, radicale, del problema c’è innanzitutto la necessità che si muovano le istituzioni internazionali. «La “pressione” compete a tutti i Governi – ha continuato la presidente – e soprattutto all’Unione europea che può fare tanto, come già si è battuta fortemente, in passato, su temi quali l’infibulazione o il fenomeno delle spose bambine». Qualche risultato, però, pur nel suo piccolo, può ottenerlo anche la Regione.

«Ci muoveremo immediatamente – ha confermato Serracchiani – e lo faremo già in settimana. Prima di tutto mi incontrerò con l’assessore alla solidarietà Gianni Torrenti e con Franco Codega (presidente della VI commissione consiliare che si occupa anche di associazionismo e cooperazione allo sviluppo ndR). Ma voglio parlarne anche con Rotelli e, naturalmente, me ne interesserò in prima persona in virtù della mia delega alle relazioni internazionali».

Il popolo del web

L’eco delle condizioni in cui vivono le persone nei “centri di preghiera”, dunque, è arrivato sino ai piani alti della Regione. Lo choc, però, è stato talmente forte da scatenare una ridda di reazioni anche sulla rete. «Ingiusto» e «disumano» sono stati, senza dubbio, i termini più utilizzati dal “popolo del web” per commentare le immagini, ma non sono stati pochi quelli che hanno attaccato «l’egoismo dei Paesi sviluppati» e hanno invitato gli italiani a collaborare con l’associazione di San Vito al Torre. Perchè, come ha commentato un utente sul portale del nostro quotidiano, la verità è che «non ci sono parole per descrivere l’ignoranza che regna nel mondo» e «ognuno di noi deve aiutare Jobel con quello che può».

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