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Malati-schiavi, il caso approda a Bruxelles

Incontro dei volontari di “Jobel” col direttore delle politiche interne europee. «Chiamerà in causa la Commissione per i diritti dell’uomo del parlamento»

2 minuti di lettura

UDINE. Il primo passo è stato quello di riuscire a squarciare il velo di ignoranza sulle condizioni in cui, in Africa occidentale, vivono i malati di mente: incatenati agli alberi della foresta oppure ai blocchi di cemento. Il secondo, e più importante, è legato alla consapevolezza che del dramma, così come dell’attività dell’associazione friulana “Jobel”, si stanno interessando, finalmente, anche le istituzioni internazionali. Non soltanto la Regione, come promesso domenica dalla presidente Debora Serracchiani, ma anche l’Unione europea dopo la visita-lampo di alcuni componenti di “Jobel” a Bruxelles. Il tutto mentre il Friuli continua a mobilitarsi e all’associazione, nel giro di pochi giorni, sono arrivate decine di testimonianze di solidarietà.

Si muove l’Europa

Nel fine settimana, un gruppetto di volontari di “Jobel” è volata sino in Belgio. In agenda, infatti, c’era segnato in rosso l’incontro con Riccardo Ribera d’Alcala. Italiano, ma soprattutto direttore generale della direzione generale delle politiche interne dell’Unione europea.

A Ribera d’Alcala, e ai suoi collaboratoi, i volontari friulani hanno mostrato le foto della tragedia che, quotidianamente, colpisce migliaia di malati di mente in Africa occidentale. Una visione che ha colpito il direttore generale, ma, soprattutto, ha permesso agli uomini e alle donne di Jobel di tornare in Friuli con una promessa: l’Unione europea non volterà la testa dall’altra parte.

«È vero – conferma Marco Bertoli, fresco di ritorno da Bruxelles –: Ribera d’Alcalà ci ha assicurato che presenterà la nostra documentazione alla Commissione per i diritti dell’uomo del Parlamento europeo che fa diretto riferimento a quella per gli Affari esteri. Non soltanto, però, perchè il direttore ci ha anche promesso di organizzare una serie di incontri specifici, assieme ad alcuni di europarlamentari italiani e stranieri, in cui perorare la nostra causa. E’ un segnale importante, fondamentale, per tutti noi. Perchè sono le istituzioni come l’Unione europea a poter svolgere un ruolo fondamentale in questa lotta di liberazione dalle catene».

Solidarietà

E mentre dall’Europa si apre uno spiraglio, concreto, nella battaglia di umanità intrapresa tra Costa d’Avorio, Burkina Faso, Togo, Ghana e Benin, qua da noi, in Fvg, il tam-tam mediatico creato dal reportage del nostro giornale ha travolto di manifestazioni di solidarietà e di appggio “Jobel”. «Siamo quasi frastornati – ha detto Meri Marin – dal numero di messaggi e di telefonate che abbiamo ricevuto in pochi giorni. È incredibile e ci permette di guardare al futuro con un pizzico di maggiore fiducia».

Perchè, come spiega la volontaria dell’associazione di San Vito al Torre, lo step primario, e fondamentale, in situazioni come questa è quello di riuscire a colpire al cuore le persone e far loro prendere atto della gravità, e tragicità, delle condizioni di vita a cui sono sottoposti i “pazzi” in Africa occidentale. «Per noi come per tutti gli altri gruppi simili al nostro – ha spiegato – il vero dramma è rappresentato dal denunciare le cose, ma non trovare nessuno che ti ascolti.

L’eco di queste giornate, però, è riuscita a scuotere le coscienze di tante persone in Italia che ci hanno contattato. Ripartiamo da qui, da questa presa d’atto del nostro Paese per continuare il nostro lavoro e aiutare Gregoire. Con sempre maggiore decisione».

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