A 100 anni dal Belgio ritorna in città per ricordare la tragedia del Galilea

A luglio compirà 101 anni e non ha mai mancato a un anniversario. Figlio di nobili diplomatici ha preferito arruolarsi negli alpini «e vivere la sfida»

UDINE. Antonio ha gli occhi vivi e lucidi. Due pozzi che traboccano di emozioni e ricordi. Vede poco, ormai, e sente ancora meno. D’altronde non ci si può aspettare nulla di diverso da una persona che tra pochi mesi compirà 101 anni.

Ma, soprattutto, non ci si può aspettare nulla di diverso da un tenente passato indenne ad una guerra, tre anni di prigionia, diverse campagne da alpino volontario nella Julia e all’affondamento di una nave.

Lui è Antonio Ferrante di Ruffano, classe 1914, marchese figlio di diplomatici che a 20 anni, con una laurea in giurisprudenza da prendere e una cartolina per il servizio militare in mano, ha deciso «di fare il suo dovere» arruolandosi negli alpini.

Ma, beninteso, quell’istinto lui l’ha sempre sentito verso la Patria e, soprattutto, verso il Re. «Ho fatto il volontario perché era il mio dovere e anche se negli anni ho avuto due medaglie, una d’argento e una di bronzo al valore militare, a me delle decorazioni non importava proprio nulla».

Il tenente Ferrante, infatti, ha sempre vissuto (e continua a vivere) le sue giornate come fossero una sfida continua ed è grazie a questo spirito che è passato quasi indenne ai pericoli di una guerra mondiale, portando in salvo molti commilitoni.

Una medaglia se l’è meritata per aver protetto decine di soldati in Russia, permettendo loro di compiere la ritirata per tornare in Italia.

L’altra, invece, per «il contegno calmo e sereno» che gli permise di recuperare molti naufraghi nella terribile notte del 28 marzo 1942, quando il Galilea, con 1.330 imbarcati, fu silurato mentre attraversava lo Ionio per tornare in Italia dopo la campagna di Grecia. Lui era là, e fu uno dei 280 superstiti.

«Era sera tardi e vissi quei momenti insieme al caporale Luciano Papinutto, che poi fece con me anche la campagna di Russia. Quando sentì il tuono del siluro presi un lenzuolo, il pugnale, la macchina fotografica e la cintura. Certo, ero in pigiama, dovevo pur tenerlo su in qualche modo mentre salvavo me e gli altri!».

Quello stesso pigiama, conservato da Antonio, lui lo indossa ogni anno la sera del 28 marzo.

Il tenente Ferrante ha una tempra adamantina. Ma, dopo averci parlato in occasione della sua annuale visita in Friuli per l’anniversario dell’affondamento del Galilea, crediamo che il suo essere passato attraverso a tutto ciò non sia solo merito della fortuna e della tenacia, ma anche del suo spirito. Ironico, brillante, acuto. Il marchese Antonio è tutto questo e molto altro.

Mentre si muove tra le sale della Caserma di Prampero che custodiscono i ricordi della Julia, sostenuto dalla badante che lo assiste a Bruxelles (dove vive ormai da molti anni) e dal figlio Chris, le persone in visita alle sale dei cimeli lo fermano, lo abbracciano e si commuovono.

Sono figlie, nuore e parenti di alcuni degli imbarcati sul Galilea, ma anche compagni di battaglione, come il generale Vittorio Bernard, arrivato da Roma per l’anniversario, a cui il tenente Ferrante non manca mai.

«Domenica, come ogni anno, si svolge una celebrazione religiosa che si tiene a Muris di Ragogna – ci racconta il figlio del tenente – visto che il Galilea trasportava quasi al completo il battaglione Gemona, è proprio l’Ana di Ragogna a custodire il monumento ai caduti di quella tragedia. Ma mio padre non condivide quel tipo di ricordo, e allora ogni anno viene in Friuli per partecipare solo alla cena con i sopravvissuti, durante la quale è lui a suonare una campanella nell’ora esatta dell’affondamento e a ricordare i fatti».

Questa è storia. Quella con la esse maiuscola. Una storia fatta, vissuta e raccontata dagli uomini ad altri uomini. Uomini che hanno avuto l’audacia di viverla senza paura e che hanno avuto la lucidità, nel momento stesso in cui l’hanno attraversata, di rendersi conto del prezioso dono per la memoria del tempo.

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