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Napolitano: il dramma delle foibe nascosto per ragioni geopolitiche

L’ex presidente nell’intervista al direttore Cerno su Raitre: calò il silenzio per mantenere i rapporti con Tito. «La caduta del muro di Berlino ci ha illusi sulla pace duratura, in realtà si sono moltiplicate le crisi»

2 minuti di lettura
(ansa)

UDINE. «Non si è parlato» a lungo, dice Napolitano, «per nulla» secondo Moni Ovadia, delle atrocità «dell’occupazione nazista e, purtroppo, anche fascista italiana, nei Balcani, mentre si è rivelata abbastanza presto la tristissima realtà della reazione Jugoslava e titina a quella traumatica esperienza.

Parlo quindi della persecuzione degli italiani, parlo della foibe. Su questo è calato ben presto, dagli anni 50 in poi, un silenzio ufficiale perché c’erano delle ragioni geopolitiche che spingevano l’Italia ad avere un rapporto di particolare considerazione con la Jugoslavia di Tito che aveva rotto con Stalin. Si pensò probabilmente che puntare i fari accesi su quelle vicende orribili, che naturalmente erano state anche motivo di vergogna per chi le avesse effettuate, non era conveniente».

A parlare è Giorgio Napolitano, ex presidente della epubblica e oggi senatore a vita, ospite ieri sera di “D-Day”, trasmissione condotta dal direttore del Messaggero Veneto, Tommaso Cerno, in prima serata sui Rai3, per riflettere, con uno sguardo nuovo, anche grazie a filmati inediti e testimonianze, sulla Seconda guerra mondiale a 70 anni dalla sua fine.

Nel corso della trasmissione, Giorgio Napolitano ha parlato dell’entrata in guerra dell’Italia, rispetto al quale ha svelato un aneddoto personale, e del complesso periodo post-bellico. «C'è ancora traccia dei guasti provocati dal fascismo - ha detto il presidente emerito - anche nella cultura diffusa. In modo particolare il fascismo diede del sentimento nazionale e dell'amor di patria una versione aberrante, e questo ha avuto conseguenze di lungo periodo sull’opinione e sul modo di pensare e di sentire degli italiani».

«Non si può dire che ci sia una guerra in Europa ma sicuramente - ha spiegato Napolitano nell’intervista - ce n’è una appena fuori dai suoi confini. Abbiamo avuto l’illusione che con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell'Unione Sovietica si fosse garantita la pace perpetua, invece abbiamo avuto molte crisi che si sono moltiplicate e intrecciate e che danno il senso di grave rischio per il destino della pace».

Raccontando le «quattro guerre» in cui l’Italia è stata coinvolta tra il ’40 e il ’45 (la campagna di Russia con i soldati vestiti con abiti inadeguati e scarpe di cartone definiti dai russi “italiani brava gente”; quella di Grecia e Yugoslavia, dove gli italiani furono protagonisti di efferatezze simili a quelle dei nazisti; quella di El Alamein, “italiani eroi”; infine quella in casa, divisi tra vecchi e nuovi alleati), Cerno ha ricordato il campo di concentramento di Arbe dove i fascisti rinchiusero 12 mila persone di cui 4 mila morirono di fame e di stenti «come ad Auschwitz».

Crimini - ha concluso Moni Ovadia, altro ospite della trasmissione - con cui l’Italia, diversamente dalla Germania, non ha ancora fatto davvero i conti.

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