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L'appello alla Regione: è ora di scrivere la storia di Porzus

2 minuti di lettura

“Il Friuli si risvegliò libero”. Abbiamo deciso di titolare così la prima pagina del “Messaggero Veneto” di oggi. Una prima pagina speciale per il 25 aprile, che contiene in sé l’omaggio alla Resistenza friulana, che combatté dall’8 settembre 1943 contro i fascisti di Salò e i nazisti che avevano occupato la nostra terra. Ma contiene anche un impegno, preciso, che il nostro giornale chiede alle istituzioni politiche friulane.

A settant’anni dalla Liberazione dell’Italia dobbiamo dirci che “ricordare” non basta più. Certo, celebriamo i partigiani, soffiamo sulla fiammella - non in ottima salute - della democrazia, ci sentiamo di avere fatto anche per quest’anno il nostro dovere. Ma fra ventiquattro ore sarà tutto finito.

Proviamo, questa volta, a dirci che il 25 aprile 2015 sarà il primo giorno di una riflessione. E che quest’anno faremo una cosa che non abbiamo ancora fatto. Scaveremo un po’ più a fondo dentro le nostre ferite, con coraggio, proprio come quelle donne e quegli uomini con il fazzoletto al collo avevano sulle montagne contro i fascisti e le Ss. E faremo un passo avanti, magari un piccolo passo, capace però di risvegliare valori civili e morali più di tante cerimonie ufficiali.

Proviamo a promettere al Friuli che il 25 aprile 2016, sulla malga di Porzùs, sarà posto un cartello - con il marchio della Regione autonoma - con su scritta la storia di quell’eccidio. Così, come dappertutto, in modo che i nostri figli e nipoti - così come chiunque passi di lì - possa leggerla.

Qualcuno penserà: «Ma cosa ci vuole?». E invece non è così. Noi predichiamo democrazia, valori, certezze da settant’anni, ma non siamo riusciti a scrivere dieci righe su un pezzo di compensato. E anche quest’anno, pur con maggiore compostezza, l’anniversario si è consumato fra divisioni e liti, fra fazioni in guerra perenne fra loro.

Bene, facciamo questo sforzo? Può la Regione Friuli Venezia Giulia porsi come impegno politico e istituzionale di compiere questo piccolo gesto? Per poter dire che il 25 aprile ci appartiene ancora nel suo spirito più profondo?

Abbiamo il dovere di studiare, discutere, leggere. Abbiamo il diritto di indignarci, ma quel che non possiamo fare è chiudere gli occhi. Mai. Perché chi chiuse gli occhi davanti a Hitler e Mussolini non furono certo gli italiani della Liberazione.

E se noi non sappiamo fare nemmeno questo piccolo passo dopo settant’anni, vuol dire che il nostro 25 aprile è diventato retorica, un giorno in cui i nostri figli non vanno a scuola. E che non rispettiamo affatto la Resistenza: il battito del cuore degli italiani che avevano dentro di sé la libertà. Più forte dei fucili, più forte degli eserciti, più forte della morte. Vediamo di esserne degni. Come popolo. E come istituzioni.

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