Corso di formazione contro l’omofobia, ma i prof lo snobbano

Solo una trentina di docenti all’iniziativa promossa al Sello. Gli organizzatori: evidentemente è un tema scomodo

Potevano essere in mille, tra docenti, dirigenti e personale Ata, e invece ieri pomeriggio al Sello al “Percorso di formazione sulla prevenzione e sul contrasto dell’omofobia in ambiente scolastico” si sono presentati al massimo in 30. «Evidentemente è un tema scomodo» commenta senza giri di parole l’organizzatore, il professore di Filosofia Davide Zotti, responsabile nazionale scuola Arcigay. In un’aula magna mezza vuota i relatori hanno aggiornato i (pochi) docenti delle scuole superiori di Udine e provincia - 19 quelle invitate a partecipare - sugli effetti psicosociali del bullismo omofobico e sul disagio scolastico legato a questo odioso fenomeno.

«Il 5 per cento degli studenti è omosessuale, quindi in ogni classe con almeno 20 persone, c’è presumibilmente un gay - riferisce Zotti -. In Italia si registrano 100 mila casi all’anno di bullismo omofobico, a scuola però è ancora un argomento tabù; c’è chi usa il buon senso, ma tanti insegnanti non hanno chiaro dei concetti chiave come l’identità di genere». I dati del Fvg saranno comunicati il 16 maggio, quando verranno presentati i risultati di un’indagine realizzata da Università, Regione e Ufficio scolastico regionale.

«Nel rispetto della diversità altrui, ogni diversità è ricchezza - afferma la dirigente del liceo artistico Rossella Rizzatto -; il percorso formativo ed educativo non è vincolato all’appartenenza ad alcun genere. Al Sello ci si consulta col Comitato dei genitori, mentre lo Sportello ascolto raccoglie le confidenze dei ragazzi, che restano anonime e private». Margherita Bottino, psicologa e psicoterapeuta, ha illustrato i tipi di isolamento e gli effetti del bullismo omofobo sui ragazzi, consigliando ai docenti strategie e buone pratiche per gestire il fenomeno a scuola.

Secondo le testimonianze degli ex studenti di alcune scuole friulane, intervenuti all’incontro per raccontare la propria esperienza, i docenti ignorano il problema: fingono di non vedere, non si accorgono o, peggio, infieriscono, come è capitato a Luca, vittima per anni di bullismo omofobico in un istituto tecnico di Udine. «Ero consapevole del mio orientamento sessuale già dalla prima media; solo a 14 anni ne ho parlato con un’amica, che però ha diffuso la notizia. Quando la mia classe ha saputo è stata una presa in giro continua». Come se non bastasse, un docente si è aggiunto agli insulti, «faceva battutine poco simpatiche ed esagerava coi voti bassi. Una prof sapeva di queste angherie, ma non ha fatto nulla».

Tra compagni tutti maschi l’ancora di salvezza di Luca è stata l’unica femmina della classe, «poi si sono abituati e io, sopravvissuto al biennio, mi sono fatta la mia scorza». Ora Luca lavora, ha un compagno, è sereno, ma quegli anni non li dimentica: «Mi sono serviti per crescere, diciamo così». Ai suoi ha parlato solo dopo vari solleciti e qualche bocciatura di troppo che esprimeva un evidente disagio. A 18 anni fa outing, e i suoi la prendono bene: «Sono fortunato, un mio amico straniero quando l’ha detto alla famiglia è stato preso a frustate dal padre». Il papà di Luca invece si rivela inaspettatamente aperto, «mi disse “finalmente ho conosciuto mio figlio”».

Nella sua scuola ci è voluto ritornare, stavolta da testimone, nell’ambito del laboratorio con i giovani volontari di Arcigay e Arcilesbica: «Ai ragazzi consiglio di non avere paura. Spesso sembra peggio di quello che è, invece c’è sempre qualcuno che ti starà accanto. Certo non i docenti, che sono lontanissimi dagli studenti. E non chiamiamoli educatori, per favore: se lo fossero non chiuderebbero gli occhi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Lattuga al forno con alici e olive

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi