Tensione a Gorizia per i cortei di Casapound e degli antifascisti

Non sono venuti contatto, anzi, vengono tenuti a distanza da imponenti misure di sicurezza, con tanti rappresentanti delle forze dell’ordine in tenuta anti sommossa

GORIZIA. Cantano vittoria gli antifascisti. Esultano quelli di Casapound. Ma il vero vincitore di una giornata da bollino rosso per l’ordine pubblico è il questore di Gorizia, Lorenzo Pillinini. Che, sfidando gufi e detrattori e rischiando un boomerang devastante, aveva concesso il disco verde alla doppia, contrapposta manifestazione.

E che può andare all’incasso morale e professionale, e con lui, ovviamente le centinaia di poliziotti e carabinieri, che hanno garantito sonni tranquilli a una Gorizia che - gigioneggia un commerciante - è riuscita ad addormentare anche i black bloc.

Non c’erano black bloc, ieri a Gorizia. Non li avevavno e non li avrebbero voluti gli organzzatori del corteo antifascista che puntavano soltanto a gridare la rabbia «contro gli esegeti della guerra e contro chi difende la macelleria del primo conflitto mondiale».

Ma c’erano due cortei antagonisti tra loro, epperò accomunati dall’antagonismo nei confronti dell’establishment, dalla rabbia sociale. Due cortei con tantissimi giovani, quelli che i partiti tradizionali non riescono o non vogliono più portare in piazza. Soltanto alle 18.30 ci sono state alcune scintille che avrebbero potuto fare divampare l’incendio di piazza.

A innescarle è stato uno sparuto gruppo del corteo antifascista in transito lungo via Duca D’Aosta - protetta da una lunga teoria di transenne a nido d’ape pattugliate da poliziotti e carabinieri in assetto anti sommossa - che costeggia il parco delle Rimembranza dove Casapound stava concludendo il raduno. Spintoni alle transenne, qualche sputo, un paio di petardi, insulti alla polizia e slogan antifascisti. Dalla piazza si è mosso buona parte del servizio d’ordine pronto a tutto.

Qualcuno ha infilato i guanti. Ma dagli organizzatori di Casapound è arrivato l’ordine tassativo di fermarsi, una sorta di imperativo militare ai propri militanti. Pericolo scampato, dunque. Pochi minuti dopo i due cortei sono sfilati fino a sciogliersi nei rispettivi punti da dove erano partiti: la stazione ferroviaria per gli antifascisti; viale Virgilio per Casapound.

Roberto Criscitiello, uno degli organizzatori del raduno antifascista, esulta. «È andata bene, molto bene - commenta -, nessun incidente, nemmeno una scritta con le bombolette. Il giudizio politico è positivo, perché abbiamo costretto gli organizzatori a far cambiare percorso ai fascisti di Casapound. Loro erano di più? Può essere, ma la loro era una manifestazione nazionale; la nostra regionale».

C’era Rifondazione, qualcuno di Sel, rappresentanti della Fiom, dell’Usi, del Pdci, dell’Arci, qualche anarchico, gli antifascisti arrivati dalla Slovenia. Ma agli organizzatori è pesata l’assenza dell’Anpi provinciale. «Colpa del Pd - aggiunge un manifestante – che invece di suggerire a quelli dell’Anpi di starsene a casa avrebbe dovuto impegnarsi per chiedere la rimozione del prefetto».

Cinquecento forse ottocento gli antifascisti. Chiassosi, colorati, in ordine sparso. Con tamburi, musica rock, birra. Duemila o forse più, gli altri. Compassati, militareschi. Quella di Casapound non è stata né una manifestazione, né un semplice corteo, ma una vera e propria parata di stampo militare, con fermo immagine da documentario di storia e una serie di deja vu fatti di mistica per la guerra e di liturgie da ventennio.

Cortei di Casapound e antifascisti a Gorizia

Duemila o forse più persone in fila per cinque, in silenzio. Era vietato anche fumare. Ognuna con un propria bandiera: quelle con la scritta “italiani in trincea 15 18”, quelle tricolori, poi le nere del blocco studentesco e infine quelle rosse con la tartaruga nera di Casapound.

Un servizio d’ordine impeccabile, rigoroso, severissimo, pronto anche a suggerire la postura ai manifestanti. Dal palco - quasi a prevenire le accuse di fascismo - il leader nazionale di Sovranità cui anche Casapound fa parte, Simone Di Stefano tuona che «non siamo né di destra né di sinistra, siamo nemici dei traditori che svendono le reti elettriche e del gas dello Stato ai cinesi, le acciaierie dello Stato ai criminali prima e agli indiani poi. Questi dovrebbero avere il pudore di rimanere in silenzio.

Cosapound avverte poi che «i nemici della nazione devono stare in guardia». Applaudono, quelli di Casapound. E calamitano simpatie anche tra diversi goriziani presenti al raduno finale, preceduto dall’omaggio floreale di rose rosse nel monumento che ricorda i 650 infoibati goriziani. Sul palco, accanto a Di Stefano, spunta il viso di Silvana Romano, assessore goriziana al welfare.

«Come mai sul palco? Mi hanno invitata - risponde candida - e se vado dai partigiani, vengo molto più volentieri qui». Presenza improvvida, che ieri sera aveva già fatto il giro della Gorizia politica. E che ha messo in difficoltà lo stesso sindaco, Ettore Romoli, uno dei bersagli degli slogan del corteo antifascista in transito accanto alla sede municipale

«Ho appreso dalla stampa che la Romano era sul palco di Casapound. Non so perchè lo ha fatto. Glielo chiederò. Ma questo non può oscurare il fatto che la giornata è filata via senza alcun incidente e in questo va la mia gratitudine alle forze dell’ordine e alla città tutta».

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