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In carrozzina per il lavoro sarà risarcita dall’Ass

Torviscosa: il giudice accoglie il ricorso di una fisioterapista friulana. Si era procurata un’ernia sollevando i pazienti e aveva subìto tre interventi

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TORVISCOSA. Lavorava come fisioterapista e aiutava gli altri a stare meglio. Ma, a furia di sollevare pazienti e spostare barelle, ha finito per ammalarsi a sua volta. La triste storia professionale di un’ex dipendente dell’allora Azienda per i servizi sanitari n.2 “Isontina” – trasformata, dal 1° gennaio scorso, in Azienda per l’assistenza sanitaria n.2 “Bassa Friulana-Isontina” – si è conclusa di recente in tribunale, con la condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni causati dal mancato rispetto della normativa in materia di sicurezza sul posto di lavoro.

La sentenza è stata pronunciata dal giudice del lavoro di Gorizia, Barbara Gallo, e prevede il versamento alla ricorrente, una friulana di Torviscosa che oggi ha 56 anni e che da 11 si muove su una sedia a rotelle, di una somma complessiva pari a 447.049 euro. Oltre, naturalmente, agli interessi legali, alle spese di lite, calcolate in 21.500 euro, e al costo delle consulenze tecniche. Soldi che l’amministrazione le dovrà corrispondere immediatamente - nelle cause di lavoro il verdetto è provvisoriamente esecutivo -, a prescindere dall’appello che la difesa deciderà di presentare.

Tutto comincia da un’ernia, che la fisioterapista si procura nel 2002 e che la costringerà a sottoporsi a tre successivi interventi chirurgici. La tesi sostenuta dall’avvocato Sara Marchi, che ha assistito la donna nella vertenza, è che la patologia sia direttamente collegata alle mansioni svolte in ospedale. A monte, quindi, da parte della struttura sanitaria ci sarebbe un «comportamento omissivo pregiudizievole per la salute della lavoratrice» risalente già al 1980, quando iniziò il suo servizio nell’azienda.

«Il datore non avrebbe adottato tutte le misure e cautele per salvaguardare la salute della dipendente – motiva il giudice nel dispositivo –, costretta ad assumere posture con carico anomalo per la colonna vertebrale, stante la prolungata scarsità di idonei strumenti ausiliari e di supporto di colleghi nelle terapie più impegnative dal punto di vista fisico».

E, ancora, «non avrebbe saputo valutare nel tempo in maniera adeguata tutti i rischi connessi alle sue mansioni, non l’avrebbe sottoposta a controlli medici specialistici e non avrebbe adottato tempestivamente gli accorgimenti tecnici e organizzativi per evitare o ridurre le sollecitazioni alla colonna vertebrale». Iscritta nel 2011, la causa è passata attraverso due perizie medico-legali, approdate alla medesima conclusione: «il quadro patologico del 2002 è senz’altro da collegare al servizio prestato, che avrebbe nocivamente influito sull’insorgenza e sul decorso delle patologie».

Ma è quel che seguì alla diagnosi dell’ernia, a parere del difensore dell’Ass 2 Isontina, avvocato Riccardo Cattarini, a non c’entrare con il resto della causa. Da quel momento, l’ex dipendente entrò in sala operatoria per tre volte: la prima, per una sciatalgia da compressione radicolare, la seconda per un intervento di protesizzazione e, la terza, per la stabilizzazione vertebrale e per un’azione di artrodesi. «Fu curata malissimo nei vari centri d’Italia in cui si recò – ha sostenuto il legale – e di questo l’azienda non deve certo rispondere».

Secondo il giudice di Gorizia, invece, «il peggioramento del quadro clinico dopo i primi due interventi ha portato al terzo, che però non ha dato gli esiti sperati, e la situazione attuale sarebbe direttamente e totalmente riconducibile alle complicanze dell’artrodesi». La difesa sta valutando l’ipotesi d’impugnare la sentenza.

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