L'odissea dei disperati: "Ho pagato tremila euro"

Abdullah, 25 anni, racconta il suo drammatico viaggio dall’Afghanistan a Udine

UDINE. Bivacchi all’aria aperta nei parchi, costi dell’accoglienza, e specialmente dei minori, polemiche, allarmi sanitari e quote di distribuzione sul territorio italiano rappresentano la prima faccia di un problema, quello dell’immigrazione, che, però, sul lato opposto ne possiede un’altra, diametralmente opposta e profondamente umana.

Perché tante volte ci si dimentica di come si parli – spesso – della vita di persone disperate che investono i risparmi di una vita, o di un’intera famiglia, per sfuggire da guerre e carestie alla ricerca di un futuro migliore, di una speranza che può arenarsi in qualsiasi momento, a un semplice controllo o ai confini dell’Unione europea, il nuovo Eldorado di un esodo di dimensioni bibliche.

Le storie sono tante, variegate e diversificate a seconda dei casi, ma ce n’è una, in particolare, che ci può aiutare non soltanto a immedesimarci nel dramma che attraversano i richiedenti asilo, ma anche a capire come questa ormai famigerata rotta Balcanica che porta in Fvg sia diventata, mese dopo mese, una sorta di terra di nessuno nelle mani di trafficanti di esseri umani che si approfittano della disperazione di chi nel proprio Paese d’origine rischia la vita a ogni angolo della strada.

È la storia di Abdullah, venticinquenne – almeno così dichiara lui – afghano approdato a Tarvisio dopo un viaggio di tre mesi per sfuggire ai conflitti che dilaniano la terra in cui nel 2001 si scatenò l’operazione “Enduring Freedom” voluta dall’allora amministrazione americana guidata da George W. Bush. «Volevano mettermi un mitra in mano – racconta con quel poco di inglese che ha imparato – per combattere, ma io non ci volevo stare e ho cominciato a studiare la fuga».

Abdullah trova uno di questi mercanti di uomini che già parecchie volte in precedenza avevano organizzato a tavolino i viaggi della speranza verso l’Occidente e recupera, in una maniera o nell’altra, quei 2 mila euro necessari a sbarcare all’interno dell’Unione.

A piedi, per lunghi tratti, o in automobili di fortuna, quando va bene, attraversa Iran, Turchia, Serbia, Macedonia e, alla fine, arriva in Ungheria.

Già, quello Stato che nei soli primi tre mesi dell’anno ha accolto più di 40 mila disperati e il cui Governo, per bloccare l’esodo, ha intenzione di erigere un muro nelle zone calde del Paese al confine con il territorio di Belgrado sorvegliato da guardie armate, copiando il sistema spagnolo a Ceuta e Melilla – enclaves iberiche in Marocco –: quello, in altre parole, del “se provi ti sparo” (pur con proiettili di gomma).

Abdullah, però, è “fortunato”, il muro non esiste ancora e, quindi, può farsi bloccare – perché nessuno di loro scappa, ma vuole essere fermato per cercare di fare valere i suoi diritti sanciti dai trattati internazionali – dalla polizia ungherese.

Lo bloccano, lui annuncia intenzione di richiedere asilo politico e lo portano alle porte di Debrecen, città dell’Est del Paese, la seconda più importante dell’Ungheria dopo Budapest. I magiari ammassano i profughi in quelli che letteralmente vengono definiti come campi di concentramento – tradotti in italiano e che nulla hanno a che vedere con i lager nazisti – praticamente senza controlli.

Abdullah non vuole restare lì, vuole raggiungere l’Italia «perché da voi mi hanno detto che le persone vengono trattate con più umanità» e così si imbatte in uno di quei passeur che vengono arrestati nel Tarvisiano, che gli propone il viaggio, in auto, verso l’Italia. Ovviamente non gratis.

Abdullah paga altri mille euro. Sale, e viene trasportato, attraverso l’Austria, sino a Tarvisio. Qui lo ferma la polizia di frontiera, gli presenta il decreto di espulsione per ingresso illegale sul suolo italiano, ma lui chiede, nuovamente, asilo politico.

E arriva a Udine, come succede sempre, dove si trasforma subito in un “fantasma”, in una di quelle 140 persone fuori da ogni sistema di accoglienza che vagano per la città in cerca di un pasto caldo e di un luogo dove dormire in attesa che le istituzioni decidano se abbia diritto, o meno, di restare qui.

Di avere cioè la possibilità di vivere, in pace, come una persona normale, senza il timore di essere rispedito in patria alle prese con un conflitto che, al momento, è tutto tranne che vicino a una soluzione e in cui la vita umana ha lo stesso valore di quella di un animale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Video del giorno

Hawaii, l'incontro inaspettato è da brividi: fotografo si imbatte in uno squalo bianco mentre nuota

Panino con hummus di lenticchie rosse, uovo e insalata

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi