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Dal latte al prosciutto: un prodotto su tre ha ingredienti esteri

Fermate al Brennero cisterne destinate a Lactalis-Parmalat. La multinazionale francese è proprietaria di Latterie friulane

2 minuti di lettura

UDINE. Non è una novità, solo una conferma. Al valico del Brennero ieri la Coldiretti, durante il secondo giorno di presidio e controlli sulle merci che valicano il confine per diventare “italiane”, hanno intercettato cisterne cariche di latte tedesco e austriaco destinate alla Lactalis, la multinazionale francese che controlla Parmalat e che, per l’appunto attraverso Parmalat, ha acquistato le Latterie Friulane.

Le migliaia di ettolitri di latte che arrivano dall’estero finiscono in parte in formaggi che al supermercato acquistiamo come “made in Italy” e in parte trasformati in latte a lunga conservazione.

«Da altri Paesi - spiega Gino Vendrame, presidente di Coldiretti Udine che ieri ha partecipato, con oltre un centinaio di imprenditori friulani, alla seconda giornata di protesta - provengono non solo schifezze alimentari, ma anche prodotti come la pasta di grano duro dal Belgio, scoperta in un camion fermato oggi (ieri per chi legge, ndr), o panetti di burro da 20 chili, pomodori, cavoli, porri e cipolle dall’Olanda importati ad arte per deprimere il mercato italiano prima della raccolta.

Ciò che si verifica è un gioco al massacro ai danni delle nostre aziende che subiscono l’aggressività di gruppi alimentari, spesso grandi multinazionali, che usano ogni mezzo per essere presenti in un mercato importante qual è quello italiano».

Coldiretti «non è contraria alle importazioni - chiarisce il direttore della Federazione del Fvg, Danilo Merz - ma siamo contrari alle importazioni di prodotti che, una volta varcato il confine, diventano quasi per magia “made in Italy”, ingannando i consumatori e truffando le imprese. Quindi - è la conclusione - si indichi sulle etichette l’origine delle materie prime, così sarà chiaro a tutti che cosa si sta mangiando».

Sempre dal bilancio dei controlli di ieri al Brennero, dove si sono radunati oltre un migliaio di agricoltori provenienti da tutte le regioni d’Italia, è stato fermato un camion carico di yogurt “Valgardena” perfettamente scritto in italiano, ma proveniente dalla Germania.

E ancora, un tir carico di carote, cavolfiori e altre verdure in confezioni che riportano la bandiera italiana, con etichetta rimovibile e pronte per essere spacciate come italiane. Trovate pure altre cagliate, in pacchi da 20 chili prodotte in Lituania, che in Italia diventano formaggio.

Secondo uno studio di Coldiretti, contiene materie prime straniere circa un terzo della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati con il marchio “made in Italy”.

L’inganno riguarda due prosciutti su tre, venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, tre cartoni su 4 di latte a lunga conservazione non è italiano, e un terzo della pasta contiene grano non coltivato in Italia. Il perché è presto detto: risparmiando sulle materie prime e producendo prodotti che, grazie al “made in” acquistano valore aggiunto, il ricavo è molto interessante.

Peccato che nulla si sappia su “come” vengono prodotte queste materie prime. L’Italia detiene il primato in Europa e nel mondo della sicurezza alimentare, con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici, lo 0,4 per cento contro la media europea dell’1,4 (quattro volte di più), e ben 20 volte meno di quella dei prodotti extracomunitari che è 7,5 per cento.

Ed è anche, sempre l’Italia, il Paese con le regole più rigorose nella produzione: dal divieto di produrre pasta con grano tenero a quello di inserire zucchero nel vino o di utilizzare polvere di latte per i formaggi. Mentre invece la Ue consente di non indicare l’aggiunta di acqua in alcuni tipi di carne.

Per non parlare dell’olio, dove diventa impossibile leggere sulle etichette “realizzato con miscele di olive comunitarie” o “miscela di oli di oliva non comunitari”.

Agli agricoltori in mobilitazione, il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, ieri al Brennero, ha portato la buona notizia dei 500 milioni di euro aggiuntivi che la Commissione europea dovrebbe stanziare la prossima settimana, e ha assicurato che l’Italia «continuerà a chiedere, oggi non più da sola, l’obbligo di etichettatura dei prodotti alimentari».

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