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Sauvignon connection, il viaggio del nostro inviato nelle aziende: «Tutti sanno, nessuno parla»

La confessione di alcuni viticoltori: se ne è parlato anche nel corso di Vinitaly. E spunta il mercato dei profumi sintetici. Collavini: non rincorriamo le mode

di Domenico Pecile
3 minuti di lettura

UDINE. Da una parte la Procura che annuncia che colpirà «le mele marce». Dall’altra il variegato mondo del vino, frastornato dal clamore di un’inchiesta che molti vignaioli invocavano e che forse hanno favorito, senza tuttavia prevedere le conseguenze che rischiano di trasformarsi in un micidiale boomerang per l’intero comparto.

E in mezzo i 17 indagati di quella che è già stata battezzata la “Sauvignon connection”. Sì, è una strana partita a tre quella che si sta giocando sul filo dei sospetti, dei veleni, delle accuse, delle invidie. Dello smarrimento generale. Ma anche degli omissis e dei “si sa, ma non si dice”.

Non si dice ad esempio che i viticultori friulani (la maggior parte dei quali chiede rigorosamente l’anonimato) adesso sostengono che del Sauvignon “dopato” si parlava da un paio d’anni e che tutti sapevano. Qualcuno assicura che fu oggetto di animate discussioni pubbliche al Vinitaly del 2013.

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«Dai, non serviva essere esperti per capire che quel profumo non poteva arrivare soltanto dalla terra e dalla vigna», sibila un viticultore del Collio iscritto al Consorzio Colli orientali, che proprio oggi dovrebbe convocare il vertice per fare il punto della situazione. Anche il Consorzio è finito nel mirino dei mugugni e di quanti, tra gli associati, invocano un ribaltone interno e un avvicendamento delle cariche. «Speriamo - dichiara un altro viticultore - che la vicenda del Sauvignon serva anche a fare chiarezza al nostro interno. Troppe le cose che non vanno».

E tra i “si sa, ma non si dice” spunta anche la notizia di rappresentanti che propongono la vendita, rigorosamente in “nero”, di aromi, quelli che esaltano ed enfatizzano il prodotto in bottiglia. «Il traffico di aromi sintetici esiste da tempo - conferma un altro viticultore - ed è supportato da un vero e proprio mercato nero. Sta nel singolo produttore stare attento e non fari tentare. Qualcuno, in buona fede, è convinto che si tratti di prodotti che non fanno male. È chiaro che non mi riferisco alla vicenda del Sauvignon. Per la quale rischiamo di pagare tutti, indistintamente».

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Già, l’effetto boomerang. «Quello che più dispiace - sostiene il presidente regionale di Assoenologi, Rodolfo Rizzi - è che abbiamo appresa la notizia prima di capire di che cosa realmente si sta parlando. Questo ovviamente disorienta sia i produttori, sia il mercato in un momento in cui il vino friulano guadagna quote di mercato. Sì, la ricaduta sul piano dell’immagine c’è già stata». C’è però un aspetto che Rizzi ci tiene a precisare. «Sappiamo da sempre - osserva - che il buon vino si fa in campagna, portando alla vendemmia uva di altissima qualità. Qualcuno pensa, invece, che la qualità venga fatta in cantina con i lieviti. Il lievito ha soltanto una funzione: quella di trasformare lo zucchero in alcol e consumando gli zuccheri libera gli aromi che devono però essere già presenti in maniera naturale».

I contraccolpi ci sono, ma all’estero - soprattutto in America - sono stati molto annacquati. Robert Bartolomucci, che segue a New York il marketing della cooperativa di Cormons (che associa 170 produttori), ha fatto sapere che soltanti alcuni siti si sono occupati della vicenda. C’è da dire però - ha aggiunto - che in questo momento il Fvg non è né la Toscana, né il Piemonte in cui i vini sono decisamente più conosciuti. «Il problema vero - aggiunge Rizzi - potrebbe verificarsi in futuro nel caso qualche importatore volesse esigere ulteriori e analisi specifiche dei nostri vini».

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A livello pratico, i contraccolpi reali riguardano singoli ordinativi bloccati dagli importatori. «È chiaro - è il parere di Manlio Collavini - che i competitors dell’Alto Adige, ma anche del Veneto bonariamente potrebbe gioire di questa nostra vicenda. Così va sempre il mercato in queste storie». Quanto al Sauvignon, Collavini mette in guardia sul fatto che la tendenza o la moda all’uso della chimica trae origine da abitudini australiane e neozelandesi, dove il Sauvignon è particolarmente rinomato. «Quella cultura non ci appartiene. Guai a imboccare questa strada», ammonisce.

«Un tempo - insiste - il Sauvignon era decisamente meno “carico”. Per arrivare alle odierne caratteristiche si è dovuti ricorrere a cloni nuovi che esaltano il profumo. E questo per rincorrere i Sauvignon d’oltre Oceano. Nel caso specifico non so se sia stato aggiunto qualcosa.

Ma confermo che di profumi che girano nel settore si parla da tempo». Tra l’altro, l’aggiunta di aromi nel Sauvignon è stata al centro di inchieste che hanno coinvolto il mondo vinicolo della Nuova Zelanda e del Sudafrica. In uno degli articoli comparsi si legge tra l’altro che «è difficile essere dogmatici su cosa sia giusto o sbagliato nel processo di vinificazione».

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Sarà, commenta un viticultore, ma allora «chi usa questi profumi esca dal Sauvignon e inventi un altro marchio. Insomma, quello che è successo non sarà grave, ma se è andata così qualcuno ha barato le regole del gioco dei concorsi».

La notizia divide il mondo dei produttori, crea disappunto, incredulità, ma anche desiderio che la vicenda sia chiarita in tempi brevi. «Perché, fosse vero quello che sostiene la Procura di Udine - afferma Alessandro Marcorin dell’azienda Lis Fadis - sarebbe un fatto gravissimo che andrebbe perseguito. Anche perché le aziende nel mirino delle indagini sono le stesse che hanno ottenuto i maggiori riconoscimenti. Tutti noi ci auguriamo che quanto riferito dagli inquirenti possa venire ridimensionato. Diversamente, ognuno si dovrà assumere le proprie responsabilità».

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