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Parla l'indagato: «Non li ho ammazzati io» / Video

Giosuè Ruotolo nella sua casa di Somma Vesuviana: «È un’atrocità, non so perché mi trovo in questa situazione»

di Mariano Rotondo
2 minuti di lettura

SOMMA VESUVIANA. «Non sono stato io a uccidere Trifone e Teresa, la morte del mio amico mi ha fatto stare a pezzi per tanto tempo».

Rompe il silenzio, Giosuè Ruotolo, il commilitone ed ex coinquilino del ventottenne ucciso insieme alla fidanzata. Il militare di Somma Vesuviana è al momento l’unico indagato per il duplice omicidio avvenuto in circostanze misteriose e di cui non esiste tuttora un movente.

Ma adesso parte dell’attenzione si è spostata da Pordenone alle falde del Vesuvio, dove il giovane è tornato dopo che le autorità giudiziarie hanno messo sotto sequestro l’appartamento “nel freddo Nord” in cui un tempo viveva con lo stesso Trifone e altri due colleghi.

La casa in via Fornari a Somma Vesuviana è stata letteralmente presa d’assalto dai cronisti e alla fine, in tarda mattinata, Giosuè si è concesso per una manciata di minuti alla telecamere di Tgcom.

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«Io, come tutti gli altri amici e colleghi della caserma di Pordenone, voglio sapere la verità e spero che gli inquirenti trovino il colpevole, anche per togliere questi dubbi sulla mia persona. Sono certo - ha detto ai microfoni di Mediaset - che dalle prossime investigazioni si riuscirà a capire che io non c’entro niente con questa storia atroce». Il riferimento di Ruotolo è ai prossimi passi dell’inchiesta, che incroceranno il dna trovato sulla pistola ripescata dal laghetto del parco di San Valentino con quello del ventiseienne campano. Un capitolo che, spera il militare, possa essere decisivo affinchè i sospetti virino altrove.

E se quando fu sentito dai carabinieri il ragazzo disse: «Questo delitto è stato compiuto da un criminale con un’abilità straordinaria, io sono un burocrate e mi occupo prevalentemente di pratiche al computer», ieri ha messo in luce come lui e Trifone fossero “amiconi”. Insieme avevano vinto il concorso riservato alle forze armate per entrare nella guardia di finanza, e tra gli altri a portare in spalla la bara di Trifone fu proprio Giosuè.

«Un gesto dovuto per un caro amico e collega - ha raccontato ancora il ventiseienne della provincia di Napoli -. Il nostro rapporto si era un po’ allentato quando ha conosciuto Teresa. Lei l’ho vista qualche volta quando veniva a casa, poi sono andati a vivere insieme e capitava di vederci di meno, se non quasi esclusivamente in caserma».

Una vita “a quattro” nella stessa casa dissoltasi con la storia sentimentale del ventottenne ucciso insieme alla sua donna che voleva sposare: «Ma fa parte delle cose della vita - ha affermato ancora Ruotolo -. Quando uno si fidanza finisce inevitabilmente per trascurare gli amici con cui esce. Ma questo non significa nulla. Il killer ha commesso un’atrocità che gli esseri umani non dovrebbero essere in grado di compiere. Spero davvero che si chiarisca tutto in fretta, e stavolta lo spero anche per me».

Sembra sincero il giovane che ieri è rimasto barricato per quasi tutta la giornata nella villetta di famiglia, la stessa che aveva lasciato quando si era trasferito a Pordenone per lavoro. Un ragazzo perbene, dicono i vicini di quel fazzoletto di terra che si trova a Somma Vesuviana, ma che a poche centinaia di metri confina con Sant’Anastasia e la più popolosa Pomigliano d’Arco.

Ed è proprio nella cittadina in cui viene prodotta la nuova Fiat Panda che Giosuè aveva i suoi amici e i suoi interessi. A Somma, infatti, pare si siano accorti della sua presenza soltanto in queste ore, quando via Fornari è diventata meta di giornalisti e curiosi intenzionati a incrociare lo sguardo con l’unico indagato per uno degli episodi criminali che maggiormente hanno calamitato l’attenzione dei media nel corso di quest’anno.

Insomma, Ruotolo è sempre stato così silenzioso da non farsi mai notare prima d’ora. In tal senso non c’è un solo vicino che, pur conoscendolo da bambino, parli di un suo capriccio o di qualche colpo di testa tipico di numerosi giovani. Ma che qualcosa stesse per avvenire, a Somma, si è capito venerdì mattina. La mamma di Giosuè è, infatti, maestra elementare: a metà mattinata ha ricevuto una telefonata e ha lasciato in lacrime la scuola. Alla preside ha riferito di dover andare subito a Pordenone.

La donna era appena stata informata dell’iscrizione del figlio nel registro degli indagati. Dall’istituto di Rione Trieste, in periferia di Somma Vesuviana, si sono subito accavallate le voci, che poi sono diventati fatti diffusi a livello nazionale.

Ma Giosuè è sicuro: «Non sono stato io, le indagini chiariranno presto la mia posizione».

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