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«Il rettore ci ripensi e salvi il corso di romeno»

Anche l’Associazione nazionale di romenistica in difesa dell’insegnamento a rischio. Il presidente: fate un concorso per ricercatore senza contrattare con Trieste e Venezia

2 minuti di lettura

UDINE. Il caso del corso di romeno che all’università di Udine rischia di scomparire perché l’ateneo non ha ancora bandito il concorso per ricercatore varca i confini regionali e approda all’attenzione dell’Associazione italiana di romenistica.

Il professor Roberto Scagno, presidente del sodalizio che unisce i docenti e gli studiosi della cultura romena in Italia, ancora un anno fa ha invitato, per iscritto, il magnifico rettore dell’ateneo friulano, Alberto Felice De Toni, a coprire il posto lasciato vuoto dalla professoressa, Celestina Fanella, a seguito del suo pensionamento avvenuto nel 2014.

«Il rettore mi ha risposto - riferisce Scagno -, era a conoscenza del problema e mi assicurava che avrebbe affrontato il problema. Ora però la sua idea di portare la questione al tavolo interateneo con Trieste e Venezia è poco incoraggiante. Auspichiamo che il professor De Toni ci ripensi».

L’auspicio è più che giustificato visto che a palazzo Antonini non è cambiato nulla e che il corso di romeno resta a rischio chiusura per mancanza di docenti.

Non a caso il presidente dell’associazione italiana di romenistica avverte: «A Udine bisogna fare un concorso per ricercatore per dare stabilità economica alla materia e alla disciplina».

Scagno non dimentica di ricordare che, a palazzo Antonini, l’insegnamento va avanti grazie alle lezioni tenute gratuitamente e sulla base di un contratto che prevede un compenso di mille euro lordi a semestre. Una situazione inammissibile come inammissibile è il confronto tra il corso di romeno attivato a Udine e l’iniziativa intrapresa dall’università Cà Pesaro a Venezia.

«Da 30 anni il posto di Udine è sempre stato occupato per concorso, mentre a Venezia per 20 anni hanno fatto una specie di accordo con il locale Istituto di romeno e assegnato alla segretaria dello stesso alcune ore di lezione. I corsi sono sempre stati tenuti nella sede dell’istituto, a Santa Fosca. Ora pare che l’abbiano affidato a un ricercatore di Letterature comparate, su questo mi riservo di verificare» insiste Scagno secondo il quale «sarebbe grave che Udine abbandonasse tutti per lasciar fare a Venezia».

Stesso copione a Trieste, l’altra sede accademica coinvolta da De Toni al tavolo interateneo sulle lingue dell’est Europa. «A Trieste il corso non esiste, in passato avevano fatto qualcosa solo nell’ambito del laboratorio linguistico. Non si capisce perché il rettore ha nominato Trieste».

Detta in altri termine, Scagno ritiene che al tavolo interateneo solo Udine ha i numeri per mantenere il corso e accogliere, come sta facendo tuttora, gli studenti da tutto il Triveneto.

L’associazione italiana di romenistica, insomma, non ha alcuna intenzione di restare a guardare Udine che non interviene, che non batte un colpo per difendere l’insegnamento di romeno istituito nel 1986 dall’allora rettore Roberto Gusmani.

All’epoca era un modo, come ha ricordato il professore emerito Alexandru Niculescu, il padre del corso di romeno a Udine, per ripercorrere i passi del filologo Graziadio Isaia Ascoli che nel 1816 insegnava romeno nel capoluogo friulano. Scagno però va oltre gli aspetti storici e si sofferma sulle ricadute anche economiche che giustificano la presenza del corso di romeno all’università friulana.

Qualche numero? In Italia si conta un milione di romeni, l’ateneo friulano assume meglio di Padova i laureati in romeno proprio perché Udine, essendo più vicina alla Romania, ha più contatti con quel Paese. E tra i possibili sbocchi lavorativi, Scagno cita non solo i settori dell’import-export ma anche l’attività di sostegno nelle scuole per gli immigrati arrivati dalla Romania.

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