Non evase il Fisco: imprenditore assolto e i suoi beni sbloccati

Processo a lieto fine per il titolare dell’agenzia viaggi Il Maltese. Rispondeva anche dell’alienazione di alcuni appartamenti

UDINE. Non è vero che nel 2009, per dribblare il Fisco, non presentarono la dichiarazione dei redditi e non lo è neppure l’ipotesi che, in quello stesso anno, uno di loro simulò l’alienazione di alcuni immobili. ùÈ quanto stabilito dal tribunale di Udine con la sentenza di assoluzione pronunciata al termine del processo a carico di Massimo Sciannameo, 55 anni, di Udine, e Gabriele Gasparinetti, 68, di Pesaro. Sentenza con la quale il giudice monocratico, Angelica Di Silvestre, ha disposto anche la revoca dei beni, per un valore complessivo di oltre un milione di euro, che nel 2013 erano stati posti sotto sequestro preventivo.

Finiti nei guai in qualità di amministratore unico - fino al marzo del 2010 il primo, dopo quella data il secondo - dell’Agenzia viaggi “Il Maltese srl” di Tavagnacco, Sciannameo e Gasparinetti erano stati chiamati a rispondere, in concorso, dell’omessa dichiarazione delle imposte per complessivi 318.900 euro (233.111 a titolo di Ires e 85.789 di Iva). Al solo imprenditore friulano, la Procura di Udine aveva contestato inoltre l’alienazione di alcuni fabbricati intestati al Maltese (tutti a Sauris) a un’altra azienda, la “Real Estate investment srl” di Udine, di cui proprio lui era l’amministratore di fatto, e a un socio del Maltese stesso.

Secondo la Guardia di finanza, delegata delle indagini, si era trattato di una sottrazione fraudolenta di beni: operazioni di compravendita, cioè, rivelatesi fittizie, in quanto condotte con pagamenti parzialmente simulati, e volte a «spogliare» il Maltese delle sue proprietà immobiliari, rendendo in tal modo inefficace ogni procedura di riscossione coattiva nei suoi confronti.

A non convincere gli investigatori erano state due operazioni. Con quella rogitata davanti al notaio il 23 luglio, era stato alienato un immobile composto da più appartamenti al prezzo di 880 mila euro, di cui soltanto 476.583,73 realmente pagati e la parte restante compensata con un credito vantato dalla Real Estate Investment per una fattura relativa alla futura esecuzione di lavori su quello stesso immobile.

Con il rogito del successivo 30 novembre, un altro immobile composto da tre appartamenti era stato invece alienato a un socio del Maltese per complessivi 594 mila euro. Il pagamento era stato effettuato a mezzo assegno bancario il 12 febbraio dell’anno successivo, cioè lo stesso giorno in cui il Maltese aveva disposto a favore del proprio socio un bonifico di pari importo con la causale “restituzione finanziamento soci”.

Il provvedimento di sequestro finalizzato alla confisca per equivalente aveva portato quindi al “blocco” di nove appartamenti, distribuiti tra Udine, Pasian di Prato e, appunto, Sauris, oltre che di diversi altri beni.

Ecco la mappa dei beni confiscati realizzata da Confiscati Bene (dati dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati)

Già in fase d’indagine, tuttavia, la difesa aveva ottenuto il dissequestro dei tre appartamenti relativi all’operazione di novembre. Tesi – quella sostenuta dagli avvocati Maurizio Conti e Pietro Tonchia (per Sciannameo) e dalla collega Maria Luisa Trippitelli, di Rimini (per Gasparinetti) - riuscita vincente poi anche a dibattimento.

Accogliendo la richiesta avanzata dai legali e dallo stesso pm, il giudice ha assolto entrambi gli imputati dall’accusa di omessa dichiarazione dei redditi con la formula «perchè il fatto non sussiste».

Nessuna responsabilità in capo a Sciannameo neppure per le alienazioni: «il fatto non costituisce reato» nel caso della prima, «realizzata – ha rilevato la difesa – quando il debito tributario ancora non esisteva», ma per la quale il pm aveva proposto la condanna a 8 mesi di reclusione, e «il fatto non sussiste» per la seconda, «compensata – sempre secondo i legali – dal credito a saldo di tre appartamenti vantato dal socio».

Forti anche della consulenza del commercialista Gianpaolo Graderi, gli avvocati Conti e Tonchia hanno insistito su un «errore in sede di accertamento» e affermato come «se, in fase di verifica, si fosse tenuto conto dei costi d’acquisto e delle spese sostenute per la ristrutturazione, tutte comprovate da fatture, il calcolo non avrebbe portato ad alcun debito fiscale».

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