Udine, in stazione tra i disperati

Ottanta profughi vivono tra il sottopasso e una tettoia assistiti da volontari

UDINE. Infreddoliti, con gli sguardi impauriti e spaesati. La loro casa è diventato un sottopasso o, peggio ancora, la tettoia di un binario. Il loro letto è una semplice coperta offerta dai volontari, in attesa che arrivi l’inverno. La loro condizione di vita è fuggire senza una meta: ieri Vienna, l’altro ieri Monaco, oggi Udine.

C’è chi racconta la sua storia, come è riuscito a scappare dalla guerra e dalle minacce dei talebani. Chi invece se ne sta in silenzio, ascolta e non sa comunicare con il mondo esterno perché non conosce una parola di italiano, ma neanche di inglese. Chi ancora se ne sta in disparte, guarda il telefonino, ascoltando le canzoni del suo Paese d’origine.

Ogni sera un’ottantina di profughi bivaccano tra il sottopassaggio di via della Cernaia e una tettoia accanto al binario uno della stazione ferroviaria. Alcuni sono ammalati, molti – a detta dell’associazione che li assiste Ospiti in arrivo – hanno la scabbia. A prestare aiuto ieri c’erano anche tre consiglieri comunali, Cesare Mansi (Innovare con Honsell), Paolo Perozzo e Fleris Parente (Movimento 5 Stelle).

La stazione dei treni di Udine è diventata da alcune settimane il centro nevralgico dell’emergenza profughi. Qui ogni giorno arrivano quasi una ventina di richiedenti asilo.

Basta arrivare alle 21 per rendersi conto di ciò che sta accadendo. Lungo il binario uno troviamo Elena, Stefania, Giusy e Monica. Sono quattro volontarie. Il venerdì sera tocca a loro assistere i profughi. Hanno la pettorina gialla come segno distintivo. In mano tengono una borsa.

Profughi, appello allo Stato: non bastano i volontari

Dentro ci sono coperte e scarpe, ma anche il minimo necessario per rifocillare i nuovi arrivati, ovvero biscotti e contenitori con il tè caldo. «Ci sostituiamo alle istituzioni – dice Elena – a chi dovrebbe provvedere a questa povera gente». Non facciamo in tempo a scambiare alcune parole con Elena che ci saluta. Ha fretta. Alle 21.15 l’altoparlante annuncia, infatti, l’arrivo dell’Obb.

È il treno da Vienna. Tra i viaggiatori e i turisti ci sono loro, i profughi «respinti prima dalla Germania e poi dall’Austria», come ci spiegheranno poi gli stessi richiedenti asilo. Sono una decina in tutto. Vengono accolti dalle “donne in pettorina”. Non sanno cosa fare e chiedono spiegazioni, chi con un inglese arrangiato, chi a gesti. Scendiamo con loro le scale che ci portano nel sottopassaggio dove hanno preso già posto una cinquantina di persone. In gran parte sono ragazzi tra i venti e i trent’anni. Tra questi c’è anche un minore. A distanza li osservano gli agenti della Polfer.

Sono pochi gli udinesi che si fermano, molti guardano incuriositi e proseguono la loro strada verso un altro binario. Risaliamo le scale e sempre passeggiando lungo la banchina arriviamo dove c’è una tettoia. Lì ci sono altri trenta profughi.

Tra i profughi che dormono in stazione a Udine

Un ragazzo viene incontro ai tre consiglieri e sposta l’attenzione verso Ismail. È appena sceso dal treno proveniente da Vienna ed è rannicchiato su se stesso, infreddolito. Gli vengono date due coperte per la notte e un paio di scarpe, perché le sue sono consumate. Accetta il dono, accenna a un sorriso e prende posto tra gli altri compagni di viaggio. Nel frattempo la temperatura continua a scendere. «Cosa succederà – dice Giusy interrogandosi – quando arriverà l’inverno?».

A Udine sono circa 150 i profughi che non hanno un alloggio. Trenta dormono al Parco Moretti sotto l’area giochi dei bambini, una ventina sotto una tettoia di un ex fioreria di fronte al cimitero. Sono passate le 22. Nel sottopassaggio della Cernaia è arrivato anche un mediatore culturale. Scambia alcune parole con i profughi. Anche lui è scappato dall’Afghanistan e ora è ospite della Caritas.

Parla con Stefania, anche lei volontaria, e spiega che «molti di questi ragazzi sono stati rimandati indietro da Austria e Germania. Hanno affrontato un viaggio dai 6 ai 9 mesi pagando fino a dieci mila dollari per ottenere diversi passaggi».

«Sono scappati dai talebani che li volevano assoldare nell’esercito – aggiunge Stefania –. Molti hanno i segni delle torture nel loro corpo. Molti ora hanno bisogno di cure perché hanno la bronchite e la scabbia. Un mese fa abbiamo avuto anche un caso di peritonite».

Ormai è notte in stazione. Alle 22.47 l’altoparlante annuncia l’arrivo di un altro treno da Vienna. I volontari riprendono il loro posto. Dai vagoni scendono alla spicciolata altri richiedenti asilo. Un film, tristemente, già visto.

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