Undicimila uomini impegnati tra Italia ed estero

Missioni, più della metà dei soldati partecipa a “Strade sicure”. Fuori dai confini nazionali l’impegno principale resta in Libano

RIVOLTO. La sicurezza interna prima delle missioni di peacekeeping in ogni angolo del mondo. Il ruolo dell’esercito italiano, anno dopo anno, continua a cambiare.

E la conferma di un trend che non vede più gli uomini delle forze armate impegnati soltanto in scenari di guerra arriva dai numeri presentati in occasione del vertice bilaterale italo-sloveno a Rivolto, nella base delle Frecce Tricolori.

Degli 11 mila uomini che attualmente risultano impegnati nelle varie missioni, infatti, più della metà sono utilizzati nell’operazione “Strade Sicure” nelle varie città della penisola.

Sicurezza interna

Il numero di militari che partecipano a “Strade Sicure” – l’operazione di polizia avviata in Italia dal quarto Governo Berlusconi nel 2008 – attualmente raggiunge le 6 mila unità, ma a breve verrà integrato con altri 300 uomini per il monitoraggio dei siti giudicati come potenziali obiettivi terroristici.

Gli uomini e le donne delle forze armate sono impegnati in tutta Italia, ma più di un terzo del totale opera nella sola città di Roma dove, in vista del giubileo, il personale dei vari reparti è stato aumentato dalle mille 700 persone di fine novembre alle attuali 2 mila.

Non soltanto, però, perchè da marzo le forze armate schierano anche un loro dispositivo aeronavale con il compito di svolgere, in applicazione della legislazione nazionale e degli accordi internazionali vigenti, attività di presenza, sorveglianza e sicurezza marittima nel Mediterraneo centrale.

L’operazione prevede l’impiego integrato di mezzi della marina militare e dell’aeronautica, è stata denominata “Mare Sicuro” – a significare l’evoluzione dell’esercitazione “Mare Aperto” svolta nello Ionio e Tirreno, opera in un’area di circa 160 mila chilometri quadrati, soprattutto nella vicinanza delle coste libiche, con circa 500 militari a disposizione.

Missioni all’estero

L’Italia, però, come noto è impegnata anche in molteplici missioni internazionali nei principali scenari critici europei, africani e mediorientiali.

Il contingente maggiore continua a operare in Libano con poco più di mille e 100 uomini, mentre la presenza italiana in Afghanistan – appena prorogata dal Parlamento per un altro anno – sarà presto implementata di 50 unità arrivando così ad avere a disposizione 900 militari.

In Kosovo, quindi, lavorano 850 soldati, 630 (ma a breve saliranno a 750) si trovano in Iraq e 600 partecipano alla missione Eunafvor Med (chiamata anche Sophia), 170 sono nel Corno d’Africa (operazione Atalanta) e 110 in Somalia senza dimenticare i carabinieri impegnati in Palestina e a Gibuti nell’addestramento delle forze dell’ordine locali.

Fvg e Slovenia

La nostra, da tempo, non è più la “Regione delle caserme” come era stata soprannominata all’epoca della Guerra Fredda e della Jugoslavia di Tito, ma la presenza complessiva degli uomini di esercito e aeronautica resta comunque considerevole, soprattutto se paragonata con la vicina Slovenia.

In Fvg, infatti, le forze armate contano ancora su una disponibilità globale di uomini pari a circa 10 mila effettivi divisi tra le brigate Julia, Ariete e Pozzuolo del Friuli, anche se alcuni reparti di quest’ultima sono stati inglobati in altre brigate o hanno la loro sede fuori regione.

Un numero, in ogni caso, comunque maggiore dell’intero esercito sloveno che non supera le 7 mila 600 unità di personale. «Ma Lubiana per noi resta un partner militare importantissimo e fondamentale – ha detto il generale Graziano – perché collabora insieme a noi in missione in Kosovo, in Afghanistan e in altri scenari.

La Slovenia condivide con l’Italia lo stesso spazio sociale con un’attenzione particolare sull’area balcanica. Incontri come quelli di Rivolto permettono di progredire non soltanto dal punto di vista militare, ma anche in quello legato alle relazioni sociali ed economiche».

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