L’esperto: «Ecco come difendersi dalle banche»

L’imprenditore Mario Bortoletto racconta il suo calvario con gli istituti di credito. «In tanti bussano alla mia porta, molti anche dal Fvg, in cerca di un aiuto»

UDINE. In tanti hanno bussato alla porta della sua associazione, anche dal Friuli Venezia Giulia, per chiedere consigli su cosa fare dopo aver perso il denaro investito nelle “sicure” azioni delle Popolari, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Lui, Mario Bortoletto, è stato un imprenditore piegato, ma non sconfitto, dai meccanismi non sempre trasparenti del mondo del credito. Ma a differenza di molti, non ha “incassato”; anzi ha reagito. Ha fatto causa alle banche e le ha vinte. Oggi dispensa consigli e difende risparmiatori e cittadine dalle tante insidie del credito.

Oltre ai meccanismi delle clausole in piccolo, delle carte fatte firmare senza leggere, dell’anatocismo o dei tassi usurari, è stata la volta delle azioni illiquide, in alcuni casi vendute a clienti-correntisti in cambio di mutui, prestiti, finanziamenti. Che ne pensa?

«Come la penso io è noto. Dico che certe banche sono state delle grandi truffatrici. Hanno venduto azioni ad un prezzo che sapevano non essere corrispondente alla verità. Poi agli amici degli amici, hanno rimborsato l’investimento e riacquistato i titoli per un controvalore di milioni di euro. Al povero pensionato e al piccolo imprenditore, invece, hanno detto no, perché trattasi di azioni illiquide che non si possono riacquistare».

Mentre altri, invece, quei soldi li hanno riavuti...

«Certo. Per un pugno di grandi correntisti, e i nomi sono noti, i soldi c’erano e la modalità per procedere alla restituzione è stata trovata. Per i poveracci, gente che da due anni chiedeva di vendere, anche inviando raccomandate agli istituti di credito, le risposte non ci sono state. La qual cosa mi fa pensare che il meccanismo fosse stato attentamente pensato, che quell’operazione sia stata pianificata».

I piccoli risparmiatori possono considerare definitivamente persa una quota importante del loro capitale?

«Temo che quando Veneto banca e Popolare di Vicenza verranno quotate in Borsa, il valore delle azioni sarà ancora più basso».

Quanto più basso?

«Difficile dirlo ora. Credo che la partenza potrà essere più bassa del valore di riacquisto indicato ora, salvo riprendersi dopo qualche anno attestandosi attorno ai 12 euro, ma non penso di più. Quindi chi è riuscito a riavere indietro il capitale, ovvero a vedersi riconosciuto il valore di acquisto vicino ai 40 euro, ha ora le risorse per investire nuovamente e fare altro business. Se vivessimo in un Paese serio certe cose non dovrebbero accadere. Non sono un giustizialista, ma dico anche che in America abbiamo visto uscire dalle banche manager in manette. Qui non accade mai, ma certi manager non dovrebbero restare impuniti».

Per Veneto Banca e BpVi si va verso il salvataggio attraverso trasformazione in spa, capitalizzazione e quotazione in borsa. Altre 4 banche sono state salvate facendo pagare il conto ai risparmiatori...

«E di questo vanno ringraziate anche Banca d’Italia e Consob. Vale la pena ricordare che le obbligazioni subordinate, per essere avviate, devono avere l’autorizzazione di Bankitalia. E come l’hanno data questa autorizzazione se sapevano che quelle banche non erano nelle condizioni di pagare? È come far firmare una cambiale da 100 milioni di euro ad una persona che vive in tenda: che cos’ha da perdere? Nulla. Per cui può anche firmarla quella cambiale. Chi aveva il dovere di vigilare ha consentito a chi viveva in tenda di firmare la cambiale. Come si dice da noi in Veneto: articolo quinto, chi ha i soldi in mano ha vinto».

Che consigli si sente di dare ai consumatori? Che atteggiamento avere quando si va in banca?

«È accaduto a me e mi viene raccontato continuamente, quando devi andare in banca hai la tremarella, non ti senti a tuo agio, sei influenzato dalla paura. Bene, questo comportamento deve cessare. La prima cosa da fare è verificare il proprio rapporto, finanziamenti, mutui, leasing, conti correnti... E se non siamo in grado di farlo da soli, c’è chi ci può aiutare».

Lei lo ha fatto?

«Io ho fatto di peggio: sono riuscito a fare un pignoramento ad un istituto di credito quotato in Borsa che mi doveva del denaro e non pareva intenzionato a versarlo. Per cui, dopo solleciti e solleciti, mi sono rivolto ad un ufficiale giudiziario. E non per un importo milionario, ma per soli 51 mila euro. Oggi molte banche sono in difficoltà e secondo me, alcune approfittano di persone che non conoscono i meccanismi e che si fidano. Agricoltori, commercianti, lavoratori dipendenti... Queste pessime abitudini devono finire».

Lei accennava all’atteggiamento dei più quando devono chiedere un prestito, un fido, un mutuo... Un atteggiamento reverente, quasi da sudditi.

«Dobbiamo diventare consapevoli di essere clienti, non sudditi, e che la banca è un nostro fornitore che esiste perché ci siamo noi che paghiamo i servizi e facciamo sì che quell’azienda viva».

Invece?

«Sempre più spesso arrivano da me persone arrabbiate, che chiedono di verificare i loro rapporti con le banche, e che sono determinate a ridurre l’attività, a ridimensionarla, a rinunciare a crescere con la loro azienda perché non vogliono chiedere prestiti alle banche. Questo è proprio ciò che non dovrebbe accadere, è il segnale della fine dello sviluppo economico. Le banche sono sempre andate bene e sono cresciute perché la gente voleva intraprendere, voleva investire nella propria attività, crescere sotto l’aspetto dimensionale. Oggi sta accadendo il contrario. Ma se questo sarà l’andamento, le banche come andranno avanti? Ma è anche un sintomo indicativo del malessere dei clienti e degli imprenditori, che non vogliono avere a che fare con il mondo del credito perché di notte vogliono dormire».

Qualche consiglio pratico?

«Quando si va in banca per qualsiasi ragione, la prima cosa da fare è non firmare nulla. Oggi va di moda la telefonata dell’impiegato di filiale che ti chiama per dirti: “Passa che devo farti firmare un documento”. Tu ci vai, ti presentano un malloppo di 20 pagine fitte fitte che mai riusciresti a leggere, ti accontenti della spiegazione di 30 secondi dell’impiegato, firmi e te ne vai. Invece no. Ci si fa consegnare il documento, lo si porta a casa e lo si legge, e se non si comprende, lo si porta ad un consulente che ci darà la sua opinione. Dopo, nel caso, si firma. E se vi dicono che è un documento interno che non può uscire dall’istituto, allora girate sui tacchi e uscite voi».

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