Fossa comune, ecco il documento

Il giallo della foiba. Nella zona di Rosazzo sarebbero sepolti più di 200 cadaveri. L’Anpi: non sappiamo nulla

MANZANO. Riemerge dal ministero Affari Esteri l’incartamento che parla di una fossa comune nella zona di Rosazzo, risalente al secondo dopoguerra.

Eccolo il documento che testimonierebbe l’esistenza della «foiba» – anche se il termine è impropriamente usato non essendoci terreno carsico – nel cuore del Collio, a cavallo tra le province di Udine e Gorizia.

Qui sarebbero sepolti in un’area precisa, rimasta secretata per consentire le indagini, da 200 a 800 cadaveri «facilmente individuabili – come riporta il fascicolo che riporta la data del 12 ottobre 1945 – perché interrati a poca profondità».

Il presidente della Lega nazionale, Luca Urizio – il primo a sollevare il caso, annunciando, in occasione del Giorno del Ricordo, l’eccezionale scoperta – ha firmato la denuncia per l’apertura delle indagini. I carabinieri della compagnia di Palmanova stanno facendo degli accertamenti, e a detta sempre della Lega sarebbero già numerose le testimonianze da parte di alcune persone a conoscenza dei fatti.

«Sembra – aggiunge Urizio – che già negli anni ’90 sia stata aperta un’indagine, poi bloccata per motivi che non sono ancora dati a sapere». «Data l’ufficialità del documento - aggiunge –, anche se la fossa comune non fosse ritrovata, visto che è risaputo che molte vennero fatte “brillare” per evitarne il ritrovamento, resterebbe comunque la traccia del misfatto, confermato da diverse fonti sempre più numerose».

Urizio, infatti, dichiara di essere a conoscenza dell’esistenza di altri documenti inediti che testimonierebbero la presenza di altre minori foibe «che a breve verranno rese note alla popolazione».

C’è poi la questione dei colpevoli, o presunti tali. Nell’incartamento della Farnesina si cita come il massacro della popolazione sia stato compiuto dal comandante della divisione “Garibaldi – Natisone” Sasso coadiuvato dal commissario politico Vanni. Sempre nel documento si cita come testimone «per avere chiarimenti e indicazioni necessarie per la identificazione» un certo Dante Donato ex comandante Osovano di Premariacco.

A corredo di questo, c’è un altro documento, datato 11 giugno 1946, in cui si parla di incidenti nella frazione di Prestento di Torreano.

«In questo proposito – si legge – corre l’obbligo riferire che di recente in vari centri e frazioni di questa provincia i partigiani della Divisione “Osoppo”, in ciò tollerati dagli alleati, sono stati armati e organizzati in piccoli reparti con funzione eminentemente antislave e in linea subordinata in contrapposto agli elementi della Divisione “Garibaldi”, che, per avere appartenuto al IX Corpus Jugoslavo, durante la lotta per la liberazione, sono ancora oggi sostenitori delle pretese di rivendicazioni slave su questi territori».

«Secondo notizie confidenziali attendibili – conclude il documento della Prefettura di Udine – a questi ultimi sarebbero stati anche di recente consegnati mitra russi con forte munizionamento e con l’ordine di tenersi pronti nel caso che da parte di Tito venisse ordinata un’azione di forza».

Il presidente dell’Anpi di Manzano Olvi Tomadoni rigetta qualsiasi tipo di accusa: «Si è scritto che abbiamo messo tutto a tacere. È una cosa gravissima. Siamo gente per bene. E di questo fatto non ne siamo a conoscenza. Non si può infangare in questo modo il buon nome della Resistenza friulana».

Urizio dal canto suo precisa: «Quando si parla di presunzione di colpevolezza nemmeno si può parlare di presunzione di innocenza, in particolare quando nulla si conosce di tale strage». Anche Giannino Angeli, storica voce dell’Associazione Partigiani Osoppo, ammette, infine, di «non essere a conoscenza dell’accaduto».

«Si è sentito spesso di alcune esecuzioni sul Malina – dice –, ma parlare di 200 vittime pare esagerato. Parecchi anni fa fu trovato un cadavere nella zona di Dolegnano. Quello potrebbe essere l’inizio della chiave di volta del mistero».

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