Fossa comune a Rosazzo, il pm manda i carabinieri per una ricognizione

Il presidente della Lega Nazionale: forse è stato individuato il luogo. Al setaccio anche alcuni terreni verso Premariacco e Manzano

UDINE. Una prima ricognizione tra i boschi e le campagne dell’area di Manzano e Premariacco. L’hanno effettuata i carabinieri della compagnia di Palmanova alla ricerca di verità e riscontri del documento della Farnesina che attesterebbe la presenza di almeno 200 cadaveri là sepolti durante la Seconda guerra mondiale.

Continua l’indagine da parte della Procura di Udine - il fascicolo è nelle mani del procuratore aggiunto Raffaele Tito – con il supporto dei militari dell’Arma sulla presunta fossa comune di Rosazzo. E dopo la raccolta di una decina di testimonianze si è decisi di passare alla fase due: quella del sopralluogo.

I carabinieri hanno scelto la prima giornata di sole possibile per perlustrare l’area. E nei prossimi giorni potrebbe anche richiesto l’intervento dell’Esercito per l’utilizzo di particolari strumentazioni che possano aiutare a rilevare fosse e presenze umane nascoste nel terreno.

Venerdì, invece, sarà ascoltato Luca Urizio, il presidente della Lega Nazionale di Gorizia, colui che, nel Giorno del Ricordo, ha rivelato ai mezzi d’informazione la scoperta del documento del Ministero degli Esteri.

Dopo l’interrogatorio potrebbe seguire un secondo sopralluogo, anche perchè «abbiamo più o meno capito – rivela Urizio – quale potrebbe essere l’area in cui potrebbero essere sepolte le salme».

Il documento rimane, nel frattempo, in parte secretato, nella parte relativa all’indicazione del luogo, per consentire lo svolgimento delle indagini. In base al dispaccio che riporta la data del 30 ottobre 1945 a firma del maggiore Domenico Lo Faso, su cui già qualcuno ha posto dubbi e interrogativi, la “foiba”, come viene chiamata, è nella zona di Rosazzo.

«Il responsabile di detto massacro della popolazione – si legge – è ritenuto il comandante della divisione “Garibaldi – Natisone” Sasso coadiuvato dal commissario Vanni». Affermazioni che hanno scatenato l’ira dell’associazione nazionale dei partigiani che all’indomani hanno fatto scudo a favore «degli eroi della Resistenza».

«Si vuole gettare fango – ha detto Dino Spanghero, presidente dell’Anpi provinciale, nel corso della commemorazione di 23 partigiani fucilati l’11 febbraio 1945 davanti al cimitero comunale di San Vito – su due eroi della Resistenza ai quali bisognerebbe solo dire “grazie”».

«Si tratta di supposizioni – risponde Spanghero – che non hanno trovato mai riscontro in passato. A noi sembra più un documento di propaganda che lascia il tempo che trova».

«Si parla oltretutto di foiba, – continua Spanghero – che è una bestialità geografica se si pensa che non siamo in un terreno carsico. Si dice che morirono addirittura 800 persone. E allora ci chiediamo: come mai nessuno ha mai detto niente?

Siamo nel cuore del Collio, dove ci sono vigneti e non boschi inaccessibili. Con gli scavi sarebbe venuto fuori sicuramente qualcosa». Secondo il presidente dell’Anpi «nemmeno i giornali dell’epoca, come “Libertà” del Crn ha mai fatto cenno a un simile eccidio».

«Ci hanno chiamati in causa dicendo che abbiamo nascosto molti fatti – continua il presidente dell’Anpi –. A queste persone posso solo rispondere facendo presente che il nostro archivio è consultato quotidianamente da studenti e studiosi da tutta Italia. Anzi, invito chiunque a recarsi per poterne prendere visione e sfogliarlo. Non c’è alcun segreto».

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