Buco al Monte dei pegni: «Chiedo scusa». Il giudice la condanna

Due anni e 5 mesi a Michela Ottonello: si appropriò di 6,3 milioni di euro, mai trovati. La difesa: «Paga la sua debolezza»

UDINE. Perchè lo avesse fatto, Michela Ottonello l’aveva spiegato già tre mesi fa, in tribunale: una sua cliente afflitta dai debiti le aveva chiesto aiuto e lei, temendo che potesse uccidersi, le aveva consegnato una busta piena di soldi dietro l’altra, per un totale di circa due milioni e mezzo di euro.

Nel giorno del giudizio, l’ex responsabile del Monte dei Pegni della Cassa di Risparmio del Fvg accusata di appropriazione indebita aggravata, in relazione all’ammanco di 6 milioni 335 mila euro scoperto dallo stesso istituto di credito all’inizio del 2012, è tornata in aula e ha preso nuovamente la parola.

Questa volta, per scusarsi. Lo ha fatto in apertura d’udienza, leggendo una lettera scritta di proprio pugno per rievocare le tappe di quell’incubo, quando, ossessionata dalle continue richieste di quella donna, aveva finito per diventarne la vittima. Poi, terminata la discussione delle parti, se n’è andata.

È stato il suo difensore, avvocato Luca Francescon, attorno alle 17, a telefonarle e comunicarle il verdetto. E cioè la condanna a 2 anni, 5 mesi e 26 giorni di reclusione, più 3.668 euro di multa, inflittale dal giudice monocratico Luca Carboni. Più alta la pena chiesta dal pm Barbara Loffredo, che, nel contestarle aggravanti e continuazione e nel tenere conto sia delle prescrizioni nel frattempo intervenute per il grosso dei “buchi”, sia dello sconto di un terzo della pena previsto dalla scelta del rito abbreviato, aveva concluso per la condanna a 3 anni e 6 mesi e 1.200 euro di multa.

Ed è stata proprio la sentenza di «non doversi procedere» per intervenuta prescrizione del reato per la parte di ammanchi calcolati fino al 5 giugno 2008 ad assottigliare a sua volta in misura consistente la pena. Quanto al risarcimento dei danni preteso dalla Cari Fvg attraverso il legale di parte civile, avvocato Giuseppe Campeis, il giudice ne ha rinviato ad altra sede la quantificazione, accordando alla banca una provvisionale di 50 mila euro, a fronte dei 250 mila richiesti.

Licenziata per giusta causa e attualmente senza lavoro, la Ottonello, 48 anni, vive tra la propria abitazione udinese e quella della madre, a Novi Ligure. Della restante somma pari a quasi 4 milioni di euro spariti dalle disponibilità della banca, l’ex dipendente non ha mai saputo dare una spiegazione, negando di averne trattenuto per sè un solo centesimo.

Punto, questo, sul quale ha insistito anche la difesa, evidenziando l’assenza di prove che a intascarli sia stata lei (del denaro non è stata trovata traccia in alcun conto intestato all’imputata) e ricordando anzi «la differenza abissale tra il suo stile di vita semplice e quello sontuoso tenuto dalla famiglia di Giovanna Di Rosa e del suo ex marito Giuseppe Mingolla (condannati la settimana scorsa rispettivamente a 3 e 2 anni di reclusione pure per appropriazione indebita, ndr)».

Nell’invocare per la propria cliente una sentenza «equa e giusta», l’avvocato Francescon l’ha descritta come una persona conosciuta per la sua «generosità, riservatezza, diligenza e bontà» e che «per 29 anni ha lavorato, da sola, a contatto quotidiano con la sofferenza». Da qui, il j’accuse alla banca di una «responsabilità oggettiva» per non avere vigilato su di lei. «Dobbiamo considerarla un mostro di cinismo – ha chiesto il difensore –, oppure una persona che ha compiuto un errore clamoroso? Oggi, Michela Ottonello paga la sua debolezza e non certo l’avidità per il denaro o un’attitudine criminosa».

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