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Lirio Abbate: "Gli interessi della mafia si allungano fino in Friuli"

Il giornalista e l’esperienza investigativa da Cosa Nostra agli scandali romani. In Fvg ci sono aziende riconducibili a personaggi legati alla mala siciliana: provvedimenti della procura di Palermo e anche della Dia di Lecce

3 minuti di lettura

UDINE. Giornalista investigativo, da anni vive sotto scorta per le frequenti minacce ricevute dopo le sue inchieste, ha aiutato a scoperchiare “Mafia capitale”, Lirio Abbate sarà a Cividale domenica in occasione di LexFest.

Ecco la mappa dei beni confiscati realizzata da Confiscati Bene (dati dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati)


[[(FckEditorEmbeddedHtmlLayoutElement) mappa]]

Una tre giorni dove si parlerà del mondo della giustizia a partire da cinque grandi temi: la condizione carceraria, la comunicazione della giustizia – accusa e difesa di fronte all’opinione pubblica –, il rapporto tra giustizia, ambiente e imprese, il doppio binario tra tempi della giustizia e tempi delle imprese, il racconto della criminalità organizzata.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Pronto il debutto della LexFest di Cividale]]

A LexFest 2016 di Cividale risponderai alla domanda “Da Cosa Nostra a Mafia Capitale, come si racconta la criminalità organizzata”? Già, come si racconta?

«Si racconta inforcando occhiali particolari».

Di che tipo?

«Quelli che i giornalisti dovrebbero utilizzare quando vanno in un certo territorio per fare un’inchiesta e che ti aiutano a osservare tutto in un’ottica diversa rispetto alla presunta “normalità” che percepiamo».

A Roma come ha utilizzato questi occhiali per Mafia capitale?

«A Roma quello che accadeva con Carminati era considerato tutto normale. Lui veniva considerato soltanto un facilitatore, uno che ti risolleva i problemi, uno che aveva le conoscenze giuste. Una sorta di arbitro o di giudice».

Comportamenti che non hanno nulla a che vedere con quelli che sono i cliché o gli stereotipi della mafia, o sbaglio?

«Esatto, la mafia non va guardata cinematograficamente, non si va a cercare coppole o lupare. Oggi la mafia è intimidazione, ma prima ancora è politica sottobraccio e tante altre cose che a Roma erano presenti, ma che non venivano chiamate mafia».

E ovviamente, come il tuo libro racconta, sono cambiati anche i mafiosi?

«Sì, ma direi che sono cambiati soprattutto i modi del mafioso. E gli “occhiali” del giornalista investigativo dovrebbero invece mettere in luce le contraddizioni di quello che percepiamo avere comportamenti mafiosi».

O le cose che vuole nascondere...

«Proprio così. Ci sono cose o persone che al mafioso non piace siano messe in luce come i professionisti che gli fanno guadagnare tanto denaro».

Torniamo all’osservazione e agli occhiali...

«Si, dicevo che siamo abituati a raccontare le cose in un modo mentre dobbiamo riuscire a discostarci un attimo dalla realtà e diventare più asettici. Laici oserei dire».

Perché appunto rispetto ad anni fa la mafia è più impalpabile?

«E per questo anche più difficile da individuare. Tu vai al bar seguendo un’inchiesta, parli con l’amico imprenditore e ti racconta di quello che risolve i problemi, che ti dà suggerimenti, che ti aiuta. E altre persone ti fanno lo stesso nome. Allora ti chiedi perché questo mister x abbia tanto potere. Ecco, bisogna saper ascoltare tanta gente su quello che accade in un territorio».

Ma in modo diverso...

«Usando un’altra metafora potrei parlare del profumo. Tu te lo metti ma non senti più la fragranza perché ti sei assuefatto».

C’è qualche collegamento tra mafia e nuovo terrorismo?

«Non hanno punti di contatto perché nessuno invade l’altrui territorio. Magari il terrorismo ha cercato la mafia per trovare le armi. Tutto lì. La mafia vuole diventare invisibile; il terrorismo vuole incutere terrore e spettacolarizzare le sue azioni».

Qual è la radiografia attuale della mafia in Italia?

L ’ndrangheta calabrese è fortissima ed è emigrata da tantissimo tempo sia al Nord dell’Italia sia in Europa. Ha in mano il traffico della cocaina della Colombia».

Hai mai pensato che la lotta alla mafia sia sempre più difficile perché per ogni colpo che subisce riesce a produrre altre mille metastasi mortifere?

«Si, ed è colpa della nostra cultura perché la mafia che si è sviluppata nel Nord lo ha fatto grazie a imprenditori e politici affamati. Se non ci sono gli anticorpi, la mafia può garantire potere, può salvare un’impresa, può offrire denaro».

E il suo potere aumenta in periodi di crisi economica?

«Purtroppo sì. La mafia è pronta ad “aiutare” l’imprenditore in crisi che non vuole licenziare o chiudere l’azienda. In quel caso il mafioso non fa usura, ma aiuta, si propone come socio. E per l’imprenditore è l’inizio della fine perché ne diventerà succube o schiavo».

Qual è la situazione in Friuli e nel Nordest?

«In Fvg ci sono insediamenti di imprese e aziende che sarebbero riconducibili a personaggi legati alla mafia siciliana. Questo emerge da alcuni sequestri effettuati su ordine della procura di Palermo. Ma ci sono anche provvedimenti della Dia di Lecce».

Più nel dettaglio?

«Emerge che il territorio della provincia di Udine è stato preso di mira dalla criminalità organizzata».

Le altre province?

«La questura di Trieste fornisce elementi secondo cui sono presenti personaggi legati alla criminalità organizzata. E la stessa cosa avviene anche a Gorizia dove sono presenti alcuni pugliesi in contatto con criminali albanesi».

E a Pordenone?

«Nel pordenonese, vicino ad Aviano, ci sono personaggi ritenuti vicini a organizzazioni mafiose, ma non necessariamente coinvolti in attività operative. Tuttavia...».

Tuttavia?

«In Friuli fortunatamente non si sono verificati episodi delittuosi eclatanti, ma soltanto alcune rapine con modalità di matrice camorristica. Bisogna stare in campana».

E usare sempre i famosi occhiali...

«Esattamente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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