La fossa comune di Rosazzo finisce in tribunale: "Attacchi falsi e gratuiti"

L’Anpi valuta azioni legali nei confronti della Lega nazionale. Dino Spanghero, presidente provinciale dell’associazione partigiani, si è detto pronto a collaborare mettendo a disposizione l’archivio dell’Aassociazione partigiani

UDINE. «Attendiamo gli esiti delle indagini da parte della magistratura. Nel frattempo stiamo valutando azioni legali nei confronti della Lega nazionale».

Rischia di finire in tribunale il caso della presunta fossa comune di Rosazzo. L’Anpi, dinanzi agli ennesimi attacchi e alla petizione web lanciata alcuni giorni fa, passa al contrattacco. Dino Spanghero, presidente provinciale dell’associazione partigiani, si è detto pronto a collaborare mettendo a disposizione l’archivio dell’Anpi.

«Giorni fa – confessa – mi sono presentato spontaneamente davanti ai carabinieri della Compagnia di Palmanova. Non abbiamo nulla da nascondere e sono pronto a essere interrogato».

Finora, però, i militari dell’Arma hanno preso in esame le testimonianze di alcuni residenti - una quindicina – dove si ritiene possa trovarsi la fossa comune.

«Ma quale fossa o foiba – sbotta Spanghero –! Come è possibile che un paese intero di 800 persone sia scomparso senza che nessuno abbia mai presentato denuncia?». «Sul caso – ricorda il presidente dell’Anpi provinciale – era già stata aperta un’inchiesta negli anni 90 poi archiviata. Chi ha parlato finora è testimone indiretto. Non sono fonti attendibili e documentate. È tutto un «si dice» privo di fondamento».

«Tutta questa vicenda e tutti questi attacchi ci indignano. Si tocca la memoria e il buon nome degli eroi della Resistenza. Basterebbe comunque – conclude Spanghero – incrociare i dati degli annuari delle persone decedute, scomparse e non ritrovate. Mi pare sia illogico ritenere che esista una fossa che possa contenere 800 cadaveri».

Sull’argomento interviene anche la storica e insegnante Alessandra Kersevan. «Siamo di fronte – dice – agli ennesimi attacchi nei confronti dei partigiani, questa volta non jugoslavi come era accaduto nel 1997, quando era stata aperta un’inchiesta, ma garibaldini italiani. La zona inoltre era stata già ampiamente scandagliata negli anni dal 1945 al 1951, in cui si svolse l’istruttoria per i fatti di Porzûs, e non è mai stato trovato nulla».

«Il documento della Farnesina – attacca Kersevan – è in realtà un’informativa di un agente “sul campo” dei servizi segreti. Al tempo questi agenti raccoglievano le “dicerie” antipartigiane o le inventavano tout court e le trasmettevano ai comandi superiori fino a Roma.

Nel 1945, in ogni paese del Friuli c’erano, infatti, almeno una ventina di “informatori” o “spioni” del 3° Corpo volontari della libertà, che associava tutte le organizzazioni antigaribaldine, antislave e anticomuniste, per combattere i resistenti». «Possibile – continua la storica – che nessuno all’epoca sia accorto che in mezzo al Friuli venivano infoibate dalle 200 alle 800 persone?».

Quindi Alessandra Kersevan parla anche della “Casa di Truda”, dove sarebbero avvenuto gli eccidi tra il ’45 e il ’47. «Truda – precisa – era Gertrude Micheloni. La sua casa fu per un paio di mesi nell’inverno ’45 la sede del comando battaglione “Giotto”, coinvolto poi nei fatti di Porzus. Già nel giugno del 1945, gli ex comandanti osovani con i carabinieri e la magistratura procedettero nella zona alle indagini, scavando e riesumando alcuni altri corpi appartenenti a repubblichini e spie giustiziati dai gappisti.

Dunque, le indagini e le riesumazioni furono fatte già all’epoca e furono condotte in maniera “determinata” dal momento che il progetto era già al tempo quello di presentare i partigiani garibaldini come banditi e criminali. Può essere utile, però, anche sapere che tra i corpi recuperati nella “casa di Truda” fu riconosciuto, come osovano ucciso dai gappisti, anche Flavio Erasmo Sparacino, che fu invece fucilato dai tedeschi a Cividale. Si può immaginare che non si trattasse dell’unico caso di falso rinoscimento». Infine Kersevan non risparmia attacchi nei confronti della Lega nazionale.

«È un’associazione nazionalista – conclude – che ha tra le sue finalità la battaglia contro il bilinguismo nei territori di confine e la rivendicazione del “ritorno” all’Italia delle “perdute” della Venezia Giulia».

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