Il mistero della fossa comune e i dubbi dell'istituto di storia del movimento di Liberazione

Parla il presidente Alberto Buvoli. «Non è possibile che le famiglie non abbiano denunciato». C'è anche un probelma di date

Un documento vero, ma con contenuto falso. E poi: è possibile che nessuna delle famiglie abbia denunciato la scomparsa d’un proprio caro?

È pacato, ma categorico Alberto Buvoli, presidente dell’Istituto italiano di storia del movimento di Liberazione. Ha lasciato “sfogare” un po’ i giornali, ma adesso dice la sua sulla presunta foiba friulana: il mistero di Rosazzo. E passa al contrattacco, difendendo il lavoro degli storici e dell’istituto che presiede, di cui è stato direttore dal 1970.

Allora, il documento.

«Parto dalla valutazione del documento che è alla base di tutta questa vicenda andata oltre persino il buonsenso, perché questa informativa dei Servizi segreti non si sa nemmeno di chi sia, dove l’informatore afferma che ci sono dai 200 agli 800 morti trucidati. Ed è una informazione molto vaga perché da 200 a 800 c’è una differenza enorme ed è difficile pensare... Ci si può sbagliare di qualche decina, ma non di centinaia. Questa è la prima osservazione che mi sento di fare cercando di interpretare il valore del documento».

Passiamo alla storia.

«Mi pare si sia detto che queste vittime sarebbero state uccise nei primi giorni di maggio del 1945, quindi a guerra finita o quasi, e nello stesso tempo si afferma che i responsabili sarebbero stati Vanni e Sasso, comandante e commissario. Peccato che dalla fine di dicembre del 1944 loro non erano più in questa zona, e tutta la divisione, perché prima mandati ai confini con la Croazia, dipendendo dal Nono Corpus, quindi inviati con la divisione in Slovenia combattendo molto distante, anche a Lubiana, dove risultano là il 9 maggio ’45. Quindi non possono essere stati in zona».

Sarà stato qualcun altro?

«Non c’erano più nemmeno i Gap, i Gruppi di azione partigiana, perché Toffanin Giacca da metà marzo era scappato rifugiandosi in Slovenia».

Quindi?

«Ne consegue un’altra osservazione: di questi 200 o 800 morti non si sa nemmeno un nome: è uscito soltanto il nome di tale maestra Bice, che nei nostri elenchi risulta fucilata da forze partigiane, ma sepolta nel cimitero di Premariacco e non in una fossa comune. È possibile che – mi chiedo – mettiamo 200 famiglie non abbiano mai rivendicato il nome d’un loro congiunto caduto o scomparso? Sono troppi, non è possibile».

Voi avete archivi, elenchi... Cosa “dicono”?

«Il nostro istituto fra gli anni 80 e 90 ha fatto una ricerca su input della Regione, con l’allora assessore alla cultura Barnaba, su tutti i caduti dispersi e vittime civili della seconda guerra mondiale nei comuni della nostra regione, con gli attuali confini, e i nomi (la ricerca è stata pubblicata in 6 tomi e 4 volumi) con carte raccolte nei tribunali di Udine, Trieste e Gorizia, perché a Pordenone ci fu un allagamento, i nomi di quelli che sono morti e scomparsi ci sono tutti in questa pubblicazione. Si intitola “Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della Regione Friuli Venezia Giulia”. Complessivamente sono oltre 26 mila i nomi delle persone, tutte con le cause della morte e il luogo. Tutti, anche i caduti in Russia e gli infoibati. Mentre “qui” non esistono i nomi dai 200 agli 800...».

Il documento può essere falso allora?

«Il documento può contenere informazioni false, là sono conservate anche le informazioni mandate a qualche ufficio. Il documento fa sollevare molti dubbi sull’autenticità del suo contenuto, ma esistono tanti documenti falsi, costruiti ad arte, dati da un anonimo».

Secondo lei si cambia la storia?

«Dal punto di vista storico, c’è qualcuno che lo valuta privo di senso nelle informazioni: lo diciamo anche noi; bisognerebbe, senza dare consigli a nessuno, che i toni fossero diversi; anche su certe mutilazioni va capita la fonte. Altra cosa: questo Urizio ha trovato negli archivi le liste di mille infoibati in Jugoslavia: bene, in istituto quando facevamo questa ricerca ne ho trovate 3-4 di liste con migliaia di nomi e abbiamo fatto Comune per Comune un’opera di verifica dei dati e trovato che moltissimi di questi cosiddetti infoibati erano o persone uccise dai tedeschi o partigiani o alcuni ancora vivi».

Sta insegnando il mestiere a qualcuno?

«A fine anni Ottanta andai dalla signora Morassi, presidente dell’associazione infoibati, e lei mi disse come faceva le liste, perché ne aveva una: le costruiva con altri girando per i locali di Gorizia chiedendo informazioni sulle persone e le costruiva senza valutazioni attendibili. Noi abbiamo scritto ai singoli Comuni che ci rispondevano che tizio e caio erano emigrati in Australia o morti due anni prima nel loro letto; per esempio...».

Una ricerca capillare.

«Poi abbiamo lavorato sullo stato civile dei tribunali, dove ogni nome è registrato con accanto un allegato in cui ci sono le indicazioni, i risultati delle ricerche fatte dalle forze dell’ordine. Quindi avendo un nome si possono trovare le circostanze con le testimonianze raccolte a caldo dopo la fine della guerra».

Ma il documento di cui si parla era alla Farnesina...

«Quelli da noi raccolti sono documenti ineccepibili perché redatti dalle autorità inquirenti e convalidati dai tribunali; l’abbiamo potuto fare perché i presidenti dei tribunali ci hanno consentito di accedere alla documentazione, quando ancora non c’era la legge sulla privacy. Noi questi elenchi li abbiamo in istituto».

Quindi lei non ci crede.

«Ripeto: anche se fossero 200 persone, ci sono altrettante famiglie che non hanno nemmeno denunciato la morte in Comune? È impossibile, ma su questo si basa una campagna che forse ha ancora come obiettivo quello di denigrare il movimento di Liberazione. Bisognerebbe fare una valutazione anche critica di questo documento da cui tutto si sta muovendo. All’inizio c’erano due ricercatori che hanno lavorato: adesso, Buttignon e Salimbeni dove sono finiti?».

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