«Nessuna fossa comune a Dolegna del Collio»

Gli speleologi del centro ricerche carsiche ha censito tre cavità a Scriò: nessuna di queste fu una foiba

DOLEGNA. «A Dolegna del Collio non c’è alcuna fossa comune, ma tre cavità già censite e inserite nel catasto delle grotte del Friuli Venezia Giulia. Nessuna di queste fu una foiba».

A parlare è Maurizio Tavagnutti, del centro ricerche carsiche “Carlo Seppenhofer”.

Sono stati propri gli speleologi goriziani ad aver perlustrato anni fa in lungo e in largo l’area di Scriò, frazione di Dolegna, dove domenica si sono spinte le ricerche della Lega nazionale.

Quella piccola voragine profonda poco meno di dieci metri e larga uno, trovata nel corso del sopralluogo, era già stata scoperta dal “centro ricerche carsiche”. Non solo: sulle tre grotte presenti a Scriò, tutte vicine l’una all’altra, è stato fatto uno studio che, nel 2000, ha trovato pubblicazione nel volume “Progetto Judrio 2000”.

«La cavità fotografata nel corso del sopralluogo – conferma Tavagnutti – è stata già censita insieme alle altre due presenti nelle colline di Scriò. Ci sentiamo di escludere la presenza di fosse comuni nella zona di Dolegna perchè l’area è stata studiata approfonditamente. Tantomeno quelle cavità possono essere state delle foibe. Per entrarci bisognava essere troppo magri. Non erano certo quelle che troviamo nella zona carsica triestina».

Le ricerche, svolte domenica con l’ausilio di due speleologi del Rest (raggruppamento escursionisti speleologi di Trieste), sotto la guida dell’esperto Guido Coderin, hanno, quindi, dato esito negativo. «Si trattava di escludere – ha detto Coderin – le aree morfologicamente non compatibili con la presenza di una fossa comune. Serviranno di sicuro maggiori approfondimenti».

Ecco perchè il presidente della Lega nazionale, Luca Urizio, ha annunciato, al termine del sopralluogo, di voler proseguire con l’analisi storica negli archivi della Farnesina, allargando il raggio anche a Lubiana. «Cercheremo di avere un incarico dalla Regione – ha affermato Urizio che nei giorni scorsi ha avuto un colloquio con l’assessore Gianni Torrenti – per continuare lo studio. Abbiamo però bisogno dell’aiuto esterno di uno storico in grado di leggere le carte e condurci sulla strada giusta. Le istituzioni sono al fianco della Lega nazionale in questa ricerca della verità».

Il documento sulla fossa comune è uno dei tanti desecretati ed inediti ritrovati al Ministero degli esteri nella ricerca archivistica. Tra questi c’è anche quello che parla della deportazione di 200 uomini della zona di Manzano oltre il confine sloveno.

«Duecento uomini della zona di Manzano, prelevati di forza dalle formazioni slave, si trovano dislocati in Slovenia. Le famiglie sono prive di notizie da diversi mesi». Così cita il documento inedito reso noto ieri dal Messaggero Veneto.

È datato 8 luglio 1945, ma la “fonte confidenziale” è del 9 giugno dello stesso anno. Parla di duecento “desaparecidos”. Duecento, come il numero dei sepolti nella presunta fossa, secondo l’informativa del 30 ottobre 1945.

Solo nuove testimonianze e ulteriori incartamenti, provenienti dalla nuova “missione” alla Farnesina, potrebbero dare una svolta all’intera indagine.

L’area, infatti, è vasta circa dieci chilometri quadrati «e per poter fare studi più approfonditi – ha sentenziato Coderin – anche con l’utilizzo di metal detector e più persone occorre avere una testimonianza precisa. Nei prossimi giorni vedremo se continuare i sopralluoghi o rimanere in stand by in attesa di nuovi documenti dalla Farnesina. Purtroppo sono passati 70 anni. I terreni sono stati “rivoltati” dagli agricoltori, sbancati, rinforzati. Il contadino quando trovava una forra non si poneva molti problemi allora. Oggi, alla luce del documento, i dubbi, invece, aumentano».

Tolta l’area carsica di Dolegna, quindi, nuove verità potrebbero arrivare nella zona di Manzano «ma senza testimonianze precise e maggiori dettagli – conclude lo speleologo Tavagnutti – appare difficile cercare una fossa comune».

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