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Viaggio nella Cavarzerani, villaggio popolato da 513 profughi

Gli ultimi sono arrivati lunedì notte. I volontari della Croce rossa ne hanno trasferiti 54 direttamente dal sottopasso ferroviario di Udine. Ecco le loro storie

2 minuti di lettura

UDINE. Uno di fianco all’altro, stesi sui letti a castello o sui materassi buttati a terra. Pakistani da una parte, afghani dall’altra. La ex caserma Cavarzerani è un grande villaggio popolato da 513 profughi, tutti maschi che hanno dai 18 ai 30 anni. Gli ultimi sono entrati lunedì notte. I volontari della Croce rossa ne hanno trasferiti 54 direttamente dal sottopasso ferroviario di Udine.

Ognuno di loro ha una storia di violenza e di paura alle spalle e un sogno in tasca.

«Sono scappato dall’Afghanistan sei mesi fa – racconta Utmaukhil Strafiullah, 19 anni –. I talebani sono venuti a casa mia, avevo avuto contatti con i militari della Nato e per questo ero in pericolo, così ho deciso di andarmene. La mia famiglia ha pagato 10 mila dollari per aiutarmi a scappare. Voglio trovare un lavoro, una casa, vivere qui e, magari, portare in Italia anche la mia famiglia».

Nelle parole di quel ragazzo le stesse speranze di tanti giovani come lui che hanno attraversato Turchia, Ungheria, Serbia, Austria a bordo di camion, autocarri e mezzi di fortuna.

Alla Cavarzerani ne sono sono già passati 1.300. I volontari della Croce rossa si prodigano per dare loro assistenza, per organizzare squadre di lavoro, insegnare loro un mestiere. Alcuni accolgono l’offerta, grati. Ritinteggiano le stanze, zappano le erbacce, rimettono in sesto le aree verdi del vecchio comprensorio militare dove i tavoli da ping pong sono riemersi dai rovi, e con essi le vecchie panchine in pietra. Altri distribuiscono i pasti nella sala mensa, disseminata di panche.

[[(MediaPublishingQueue2014v1) Udine, profughi trasferiti]]

Ma c’è anche chi le regole non le vuole accettare, chi istiga gli altri a piccole rivolte. «Il cibo non è buono, l’acqua è fredda, i bagni non funzionano» protesta un pakistano, inanellando lamentele in un inglese sgangherato. Già, perché ben sette bagni sono stati otturati. Inutile far domande in giro. Non è stato nessuno. Eppure, puntualmente le bottigliette di plastica finiscono nel vater, e c’è pure chi si intrufola in mezzo alle centinaia di persone che aspettano il proprio turno per mangiare in mensa, saltando le transenne non poco scompiglio.

Chi rema contro c’è sempre, ma gran parte dei richiedenti asilo insegue il sogno italiano e ce la mettono tutta per rigare dritto. Come Javid, 24 anni, pure scappato dall’Afghanistan. «Non sono mai andato a scuola, ma parlo sei lingue» afferma orgoglioso strizzando l’occhio al presidente della Cri Sergio Meinero che lo ha nominato interprete. Anche lui ha pagato per arrivare in Italia. Anche lui ha un sogno in tasca. «Ero in pericolo laggiù» assicura. «Ci piacciono le regole italiane» afferma convinto, «ci piace tutto» rincara, e di critiche al Paese che lo ha accolto non sa e non vuole trovarne.

Al villaggio della Cavarzerani ce n’è molti come lui, divisi per etnia, per evitare diverbi, suddivisi fra le 31 tende sistemate sotto la tettoia e in un capannone, quasi duecento sono alloggiati nella palazzina “E”. La loro vita scorre lenta fra preghiere, partite a cricket in cui i pakistani eccellono, amichevoli di calcio, un po’ di lavoro e qualche uscita. Rare le telefonate a casa. «Sento la famiglia ogni settimana» ragguaglia Javid. Frequenti i malori che riempiono l’ambulatorio medico di pazienti, cinque di loro finiscono in isolamento ma oltre il vetro fanno segno che è tutto a posto, il peggio se lo sono lasciato alle spalle.

L’ex complesso militare pullula di gente.

«Al momento siamo al completo – spiega il presidente Cri Meinero – fino a quando non saranno completati i lavori nella palazzina E dell’hub sarà difficile accogliere altre persone a meno che non vi siano altri trasferimenti fuori regione» ammette. Eppure la Croce rossa si sta attrezzando per le emergenze, in serata, vengono reperite due nuove tende. «Non si sa mai che possano servire» ammettono i volontari. L’emergenza da tempo si è trasformata in quotidianità alla Cavarzerani e tutti fanno la propria parte, nessuno escluso.

«Viviamo qui aspettando una risposta alla richiesta di protezione internazionale, abbiamo pagato tutti per arrivare in Italia» spiega Ja Jamaili, 29 anni. Da quella risposta che sarà la commissione prefettizia di Gorizia a formulare, dipende tutto il loro futuro e il futuro delle loro famiglie.

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