Addio alla poetessa Gemma Nodale: nei suoi versi la forza del friulano

È morta a 93 anni dopo un problema di salute: sempre molto lucida, viveva da sola a Paluzza. Autodidatta, ha saputo esprimere le emozioni della sua terra, così come il dolore del terremoto

PALUZZA. La poesia è quella che sgorga dal di dentro, frutto di un sentimento spirituale, tenero, personale, addolcito o reso gravoso dal tempo. Per Gemma Nodale Chiapolino, che si firmava talvolta Ene Nodâl, era tutto questo e altro ancora. Se ne è andata venerdì, a 93 anni, dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale a Tolmezzo, dove era giunta domenica in seguito a un problema di salute.

Autodidatta, verseggiatrice presente nel panorama letterario friulano fin dagli anni Sessanta, nella sua varietà linguistica nativa (era nata a Sutrio nel 1922) ha siglato le raccolte poetiche “Cjanz resinz dal Friûl” (1966) e poi ancora, sull’antologia “La Cjarande” (1967) venticinque liriche che fanno trasparire la sua vena poetica, caratterizzata da quell’antico linguaggio che veniva da lontano, ma era presente nelle emozioni, nelle passioni, nei sogni nascosti, ma anche nelle tribolazioni più che nelle consolazioni. Espressioni, ricordi riassunti in poche parole, essenziali, quasi scolpite. «Mari / dut il gno jessi / al è un crît / di dolôr / ch'al si piert / tal infinit / cence revoc ...» («Madre tutto il mio essere è un grido di dolore che si perde nell’infinito senza rigurgito). E poi ancora «Ce impuàrtie / se il timp al ricame / teles d’aragn su le muse?» (Cosa importa se il tempo ricama tele di ragno sul viso?).

Nata a Sutrio, ha vissuto a Paluzza e, sebbene non abbia frequentato alte scuole, si è fatta poeticamente da sola leggendo molto e soprattutto vivendo a contatto con il mondo culturale friulano.

Nel 1981 “La gnove cjarande” pubblica alcune delle sue poesie, sei di queste rievocano la dolorosa memoria del terremoto. Nel 1982 ne compone una ventina, “Agrimes dal cûr”, anche queste dedicate al disastro del Friuli. Sono composizioni compenetrate nelle intime pieghe dalla pietà e dalla partecipazione al dolore.

Dopo “Agrimes dal cûr” Eme Nodâl fa uscire “Storie e liende dal Cjanâl di S. Pieri” in cui la valle del But si racconta con le sue antiche tradizioni come il “Bacio delle Croci”, che si ripete il giorno dell’Ascensione nell’antica Pieve di San Pietro in Carnia. Poesie, leggende che sono corredate da antiche fotografie, scattate nei primi anni del Novecento, di luoghi, di case carniche, di ritratti e di cose che sono state cancellate irreparabilmente dal tempo e dagli uomini.

Nel 1996, sotto il titolo “Pineladis” la poetessa carnica riporta alcune riflessioni e pensieri espressi in poche ma efficaci righe.

La Nodale, con la sua poesia facile e piana, concreta o vagheggiata, è riuscita a reinterpretare storie antiche che mantengono il fascino del passato per la loro umanità e quel senso di piccole e grandi cose del vivere quotidiano.

La nipote Luisa la ricorda con grande affetto, sottolineando come anche in questi ultimi anni fosse stata molto lucida, indipendente e autonoma. Non aveva avuto figli e viveva da sola a Paluzza. Vicino a lei abitava il nipote. Si muoveva spedita, con il solo aiuto di un bastone ed è sempre stata molto attenta alle vicende del paese e dei suoi abitanti.

I funerali saranno celebrati oggi alle 10.30 a Paluzza, nella chiesa di San Daniele.

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