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«Il tiramisù? Made in Friuli.» Ma il Veneto non si rassegna

Date, ricette, riscontri: un libro in uscita certifica che il dolce più famoso del mondo è nostro. Zaia non ci sta: è trevigiano, se altri hanno copiato hanno fatto bene, perché è il più buono

2 minuti di lettura

UDINE. Il tiramisù, il dolce italiano più famoso del mondo, capace di calamitare un giro di affari di molti milioni di euro, è nato in Friuli Venezia Giulia. E ci sono le prove, nero su bianco.

Lo certifica, con tanto di documenti e ricette originali, il libro dal titolo “Tiramisù, storia, curiosità, interpretazioni del dolce italiano più amato” edito da Giunti e oggi in presentazione al Salone di Torino, scritto da Gigi e Clara Padovani, esperti di eno gastronomia e tradizioni culinarie.

Il volume, alla vigilia del suo “debutto” ufficiale ha però già suscitato un vespaio di polemiche. Perchè il Veneto non ci sta e rivendica, con un comunicato ufficiale firmato dal presidente Luca Zaia, la paternità del dolce. «La sua trevigianità non si tocca - sbotta Zaia -. Se altri hanno copiato hanno fatto bene, perchè è il più buono».

Ma in realtà a copiare, stando alle ricerche dei coniugi Padovani, durate più di due anni, non è certo il Friuli. Perchè il nome “Tirime sù” è stato coniato nel lontano 1935 da Mario Cosolo, storico titolare della locanda “Al Vetturino” di Pieris, a pochi passi dal ponte sull’Isonzo.

Cosolo aveva abbinato quella dicitura alla sua prelibata coppa, i cui ingredienti però - limone, panna liquida, marsala e cacao amaro - non erano gli stessi del tiramisù classico con mascarpone, biscotti savoiardi e caffè. Insomma Cosolo fu un antesignano, ma sui generis.

Però a metà degli anni Cinquanta fu una donna carnica, Norma Pielli Del Fabbro del ristorante “Al Roma” di Tolmezzo, a inventare quello che sarebbe diventato, molti decenni dopo, un vero e proprio culto. E nel libro di Padovani è stata riportata, per la prima volta, la ricetta originale e unica, scritta a mano con inchiostro blu su una carta a righe ingiallita.

«Fare un buon caffè - si legge nel documento -, sbattere due tuorla d’uovo con un etto e mezzo di zucchero, aggiungere un etto e mezzo di mascarpone». E poi le indicazioni su come inzuppare i savoiardi, adagiarli in una pirofila, ricoprire con la crema e mettere in frigo per 12 ore.

«Al Roma questo dolce veniva servito alla fine degli anni Cinquanta - dice l’autore del volume che vuole fare chiarezza sulla disfida -. Ma per dissipare gli ultimi dubbi ho ritrovato il menù per il concorso Piatto d’Oro e Accademia della cucina di Udine del 27 novembre 1965 dove alla voce dolci c’è scritto “Tirimi-sù”, almeno cinque anni prima della effettiva rivendicazione di Ada Campeol e del cuoco Paolo Linguanotto delle Beccherie di Treviso. Ecco se vogliamo dare un merito ai veneti possiamo dire che sono stati loro a “codificare” la ricetta. Ma il dolce nasce tra Pieris e Tolmezzo».

La sentenza ha fatto infuriare il governatore Zaia che non ha esitato a prendere carta e penna. «Non è la prima volta - dice - che si tenta di “scippare” a Treviso questa eccellenza e non sarà l’ultima. In tutti i settori il meglio viene “clonato”». Effettivamente, viste le dimensioni mondiali del successo (in Cina la parola italiana più conosciuta è proprio tiramisù) appiccicare il “marchio” Fvg al dolce farebbe lievitare un bel giro d’affari. «Il Friuli potrebbe creare un festival dedicato - suggerisce Padovani - sulla falsariga del cous cous in Sicilia. Sarebbe una iniziativa identitaria di grande impatto».

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