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Rovinato da Veneto banca minaccia il suicidio in sede

Tensione nel Centro direzionale di Montebelluna: i carabinieri lo fanno desistere. Disoccupato, ha perso 2 milioni di euro. Il cda aprirà uno sportello di assistenza

2 minuti di lettura

MONTEBELLUNA. Clima di tensione ieri poco dopo mezzogiorno nel cuore del Centro Direzionale di Veneto Banca, lungo la Feltrina a Montebelluna, in provincia di Treviso, perchè si era temuto che un socio, azionista con i fratelli, volesse mettere in atto un gesto tragico.

Intendeva parlare col direttore generale Cristiano Carrus perché voleva che gli fossero restituiti quei 2 milioni di euro di azioni che era il capitale di famiglia, ma l’incontro è stato rifiutato e lui è rimasto lì deciso a farsi ricevere.

Ma quando dall’astuccio degli occhiali ha tirato fuori una siringa, si è temuto un gesto estremo, tanto che sono accorse tre pattuglie della compagnia carabinieri di Montebelluna. La siringa era per l’insulina, l’hanno presa in custodia poi i carabinieri e alla fine il socio si è convinto, dopo tre ore, a lasciare Veneto Banca. Nessuna denuncia nei suoi confronti, perché l’istituto di credito non ha presentato alcuna querela.

Protagonista Claudio Fagan, 60enne montebellunese, un tempo consulente di un’azienda farmaceutica padovana poi fallita, ora in attesa che tra cinque anni arrivi la pensione, che si è visto ridotto a carta straccia il tesoretto suo, della sorella, del fratello. Due milioni di euro sarebbero diventati a dicembre 2017, dal momento che erano obbligazioni che davano una cedola semestrale.

«Avevo chiesto che fossero vendute - dice - invece le hanno trasformate in azioni e ci siamo trovati in pratica senza nulla. Erano il frutto di 50 anni di risparmi della famiglia, di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli». Ma dal direttore generale cosa voleva?

«Che mantenesse quello che aveva detto a mia sorella prima dell’assemblea, ossia che ci avrebbe dato il corrispettivo. Io mi sono presentato a mezzogiorno e mezzo, mi hanno dato il pass e si sono tenuti la patente, sono salito al quarto piano e come ho visto il direttore generale gli ho detto che ero il fratello di Mara. Lui subito ha risposto che con me non voleva parlare e si è chiuso nel suo studio. Io mi sono seduto lì deciso a rimanere finchè non avessi potuto parlare con lui».

Perchè quella siringa estratta all’interno della banca? «Ho tirato fuori dall’astuccio degli occhiali la siringa che mi serve per l’insulina, io sono insulinadipendente - spiega Fagan - ma non ho minacciato nessuno con quella. Se la sono presa poi i carabinieri, che sono stati bravi, ma tanto in macchina ne ho altre sei.

Sì, ho detto che avrei fatto un gesto estremo, e che se non lo facevo lì lo avrei fatto il giorno dopo o due giorni dopo a casa. D’altra parte cosa ho da perdere? Mi hanno lasciato senza niente, non ho lavoro dopo che l’azienda di cui ero consulente è fallita e per la pensione devo attendere altri cinque anni. Questa mattina in tasca avevo 5 euro: 4 li ho spesi per l’insulina, me ne rimane un euro per il caffè».

Cosa l’ha convinta ad andarsene alla fine? «Avevano cercato di farmi allontanare ridandomi la patente, ma io l’ho lasciata cadere e mi sono tenuto il pass. Poi mi hanno detto che lunedì avrebbero preso in esame il mio caso. Ho chiesto che me lo mettessero per iscritto, ma non c’è stato niente da fare, hanno sempre fatto promesse a voce, mai scritte, e come è finita con queste promesse a voce lo abbiamo visto tutti».

Successivamente a quanto accaduto il presidente di Veneto Banca, Stefano Ambrosini, è intervenuto sulla vicenda con una nota dove si dice «profondamente colpito dall’accaduto, esprime la solidarietà propria e di tutto il consiglio di amministrazione al signor Fagan e ai suoi familiari, e ringrazia i dirigenti e i dipendenti della banca per la gestione del difficile frangente, nonché le forze dell’ordine per il pronto intervento».

Alla luce della moltitudine dei casi che hanno drammaticamente coinvolto una parte importante dei clienti e dei soci della banca, il presidente annuncia che - previa verifica della compatibilità tecnica - proporrà al Consiglio l’istituzione di uno “sportello” di assistenza (non solo giuridica) per affrontare i casi umani più gravi cercando di evitare che possano trasformarsi in tragedie.

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