Gli alpini pordenonesi onorano le vittime del terremoto del ’76

«Estrassi dalle macerie mia madre e non la riconobbi.» Le storie di quella tragedia si intrecciano con la solidarietà

INVIATO A GORIZIA. Quei giorni Remigio Clarin, di Pinzano, avrebbe dovuto partire per Teramo. La sera del 6 maggio 1976 si trovava in piazza. Il padre gli aveva detto: sal ven il terremot, te no te chiape sot.

«Furono le sue ultime parole». Remigio Clarin – che aveva 23 anni e ieri ha sfilato a Gorizia a 40 anni dal terremoto – era in piazza con amici: un rumore pazzesco, le tegole che cadevano, l’aurora boreale. «Un minuto che durò un’eternità, durante il quale ci mettemmo le mani sulla testa, per proteggerci».

Poi, nebbia di polvere e silenzio, rotto dai lamenti. «Tornai a casa: abitavo in una palazzina di sei appartamenti. Crollati. Sotto un’auto si era riparata una donna: la estrassi e le chiesi chi fosse. La misi a sedere sul muretto: signora, chi è? ribadii. Lei mi rispose, guardando nel vuoto: sono tua madre. Scavai ancora, anche il giorno dopo: papà Maurillo morì sotto le macerie.

Aveva 61 anni. Scavai ancora. Riuscimmo ad arrivare a un uomo che invocava aiuto: quando potemmo rimuovere le macerie, corsi a prendere un bicchiere d’acqua. In quel frangente morì, dopo avere tenuto duro due giorni. Che rabbia!». Remigio Clarin non ripartì per Teramo: «Avevo studiato in Inghilterra, conoscevo l’inglese, il tedesco e il francese. I carabinieri mi dissero: stai qui che c’è bisogno di un interprete».

Lauro Canese allora aveva smesso di giocare col Pordenone, portiere, ed era passato al Cordenons: «Quella sera ci stavamo allenando: noi andavamo da una parte, la palla dall’altra. Pensai ai miei tre figli, il più piccolo, Marco (oggi arbitro, ndr) aveva due anni: corsi subito a casa. Per fortuna stavano bene».

Sono stati un migliaio gli alpini della sezione di Pordenone che ieri hanno sfilato a Gorizia. «Dire Julia, in Friuli, vuol dire alpini», premette Gianfranco Romanin, di San Martino di Campagna. «Ho dovuto fare la naia nonostante fossi il terzo fratello, perché il primo era emigrato per lavoro. Sono stati 15 mesi meravigliosi, alla Di Prampero di Udine».

In forze, le penne nere di Azzano Decimo, del capogruppo Sergio Populin che dopo la sfilata hanno fatto tappa a Redipuglia; con lui, Claudio Turchetto, Pierluigi Zanette, Rodolfo Fier, Giancarlo Ippoliti e il consigliere sezionale Claudio Corazza.

«Ero alla sussistenza, in Carnia – ricorda quest’ultimo – e l’impatto non fu esaltante. Col senno di poi, tuttavia, è stata una bella esperienza». Tanto che ha partecipato, soprattutto, ad attività di volontariato, in zone terremotate dell’Emilia Romagna e degli Abruzzi. Proprio ieri, peraltro, ha ritrovato gli amici marchigiani dove era stato a ristrutturare, due anni fa, una malga.

Alpino lampo, Fabio Moruzzi, di San Leonardo: «Dovevo essere a Tolmezzo l’11 maggio ’76, ma cinque giorni prima ci fu il terremoto. Mi rinviarono la partenza di un mese, poi l’annullarono. Ma mi diedero il congedo di alpino». Rievocano le opere di volontariato, per i terremotati e no, Aldo Grizzo, di Pordenone centro, Marco Tempini di Barcis, e Franco Berton di Montereale.

L’ultimo ricorda i nomi dei comandanti: «Perché erano bravi». E ripete il motto del battaglione Tolmezzo: «Sesta la bella, mangia chilometri, salta pasti, sempre in tabella». Gli alpini ne conoscono il significato.

Alpini musicisti Marco Lagni, di Pordenone, Paolo Pradal di Cinto Caomaggiore, Tiziano Redolfi Strizzot di Aviano. Tutti e tre suonarono con la fanfara della Julia: «Non c’erano fine settimana liberi». E scherzano: «Le messe “prese” quell’anno bastano per tutta la vita».

Le storie si intrecciano con la storia, all’adunata degli alpini. E della storia se ne fa portavoce Alessandro Puppin (naia nel 2000) che, con Simone Marchesan e tante altre giovani penne nere, rievocano il primo plotone. Tra applausi e curiosità.

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