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Cristicchi: «Che emozione a Gemona, alla fine stavo per piangere»

Dopo il debutto di Orcolat ’76, Simone Cristicchi si racconta: «Ero dentro la storia. Mi sento più legato ai friulani che sono orgogliosi, concreti e malinconici»

di Giacomina Pellizzari
3 minuti di lettura

UDINE. «Ero talmente dentro la storia del terremoto che sul finale è mancato poco che scoppiassi a piangere. Nel duomo di Gemona c’era una tale tensione emotiva quasi fosse una preghiera lunga circa due ore. Questo spettacolo mi fa sentire più legato al Friuli». A cinque giorni dal debutto di “Orcolat ’76” scritto da Simone Cristicchi e Simona Orlando, l’artista romano racconta il suo legame con i friulani che non hanno mancato di inviargli centinaia di apprezzamenti.

Cosa resta del terremoto all’autore di Orcolat ’76?

«Posso dire che, in certi casi, il dolore trova la sua utilità. Spesso il dolore è un’oscenità, qualcosa di inaccettabile. In casi come questo è ovvio che nessuno può immaginare la perdita di un figlio, ma è un esempio che dal dolore si trova una spiegazione. Quella sera ho visto il pubblico come in una sorta di cerimona alla memoria, ognuno ha ripensato al suo dolore».

Via Bini era invasa da un fiume di gente.

«L’impiegato del Comune mi ha trascinato fuori voleva che vedessi con i miei occhi: colpiva al cuore. Era commovente, ho visto tante persone che ascoltavano chiuse nel loro dolore come se lo volessero esorcizzare».

Erano attesi tutti quegli applausi?

«Era probabile che l’evento potesse avere un suo impatto emotivo. Il debutto in duomo, l’orchestra, il coro, il testo modificato fino al pomeriggio, fatto leggere a molti friulani per avere i loro giudizi, non poteva accendere critiche. Siamo contenti di aver costruito nelle persone qualcosa, se vogliamo anche la sensazione di averli fatti sentire importanti.

Quando è iniziata la scrittura del testo?

«A marzo. L’abbiamo scritto con un’attenzione dedicata a chi ha vissuto questo dramma andando a limare tutto ciò che poteva essere retorico. Abbiamo lavorato sulla singola frase, parola per parola.

Era una storia conosciuta?

«Da romano, il terremoto del Friuli l’avevo visto alla televisione. Quando ero stato in Friuli avevo visitato Venzone e il museo Tiere motus».

Come è nato Orcolat ’76?

«L’idea è nata parlando con Francesca Gallo, è stata lei, impegnata nella musica popolare, a  farmi notare che quest’anno ricorre il quarantennale del terremoto del Friuli.  “Ti piacerebbe fare una ricerca?”mi chiese. Ho chiamato il maestro Sivilotti che è rimasto subito entusiasta dell’idea come pure il Comune di Gemona e la Provincia che hanno deciso di indirizzare all’evento il budget per le iniziative sul territorio. Poi si è accodata la Rai. L’idea nata a tavolino, durante una cena, ha incontrato il favore di tanta gente».

E gli apprezzamenti non sono mancati.

«Ho ricevuto decine di messaggi soprattutto dalle persone nominate nello spettacolo che non sapevano di essere diventate protagoniste».

Qualche esempio?

«Mi ha scritto Paola, la bambina rimasta sotto le macerie 42 ore. C’era anche lei tra il pubblico ed era scioccata. Ha pianto. Lo stesso hanno fatto Dino e Giorgio, i due vigili del fuoco che ci hanno indirizzato nella ricerca, anche loro erano in lacrime, non si aspettavano di essere citati».

E le autorità hanno un cuore?

«Quella sera ho visto più d’uno crollare. La presidente Serracchiani aveva gli occhi lucidi, sono rimasto sbalordito».

Qual è la storia più coinvolgente?

«Quella di Sofia e del vigile del fuoco che dopo averle salvato la vita non ha voluto farsi trovare per tanti anni. Un giorno l’ha riconosciuta in piazza, camminava zoppicando. In quel momento sono spariti tutti i suoi dubbi. Sorrise, era il sorriso del superamento del dolore. Aveva messo un punto».

Quanto studio richiede cantare in friulano con un accento quasi perfetto?

«Credo che il pubblico abbia apprezzato lo sforzo fatto. Al mio fianco avevo Valter Sivilotti ed essendo un musicista sono abituato a lavorare a orecchio. Sono contento che in sala ci fossero i fratelli Dario ed Ennio Zampa».

Il Friuli di Pasolini, dei Cramars, dei Benandanti, di Zampa e dell’Udinese, qual è quello più vero?

«Mentre scrivevamo il testo non pensavamo all’evento, ma a restituire un’immagine del Friuli corretta al di fuori del Friuli. Abbiamo divagato dalle mummie ai Benandanti ad Antonio Franconi per dare un pizzico di leggerezza».

I friulani sono...?

«Orgogliosi, concreti e malinconici perché sono abituati all’addio».

Recitare in duomo provoca più emozione o preoccupazione?

«Mi preoccupava di più il fatto di non aver provato abbastanza le cosiddette filate, dall’inizio alla fine.  È importante per creare un equilibrio tra musica e testo e io l'avevo fatto solo un paio di volte. Tant'è che all’ultimo ho deciso di tagliare un paio di brani musicali. Ho avvertito un grande senso di responsabilità nei confronti della sacralità del luogo. Ma è più giusto che lo diciate voi cosa prova».

È stata una lezione di vita?

«La storia è una grande lezione di vita. Bisogna farne tesoro per non dimenticare le nostre radici che appartengono al’uomo. Sono radici universali. In alcuni momenti della storia emerge una grande potenza, la forza dell’uomo».

Una potenza che emerge nella tragedia.

«È una constatazione triste. Fare uno spettacolo del genere serva a ripensarci come comunità. Il racconto deve essere universale, non stiamo parlando del Friuli che non c’è più, ma di un’esperienza che torna nell’attualità come esempio e fa riflettere su chi siamo noi oggi. La domanda è: Saremo in grado di rifare una cosa del genere?

Chi racconta la storia è un ricercatore o un autore?

«È un ricercautore. Mi piace parlare con la gente e restituire agli altri le emozioni vissute nel raccogliere le storie».

Orcolat sarà replicato?

«Non so quanto sarà ripetibile. Orcolat è un ibrido, una sorta di Vajont alla Paolini con l'inserto dell'orchestra sinfonica e del coro. Avere sempre 100 persone sul palco non è facile, stiamo pensando di fare una versione ridotta.Con Sivilotti cercheremo una soluzione».

Quando rivredemo Cristicchi in Friuli?

«I primi di novembre farò “La buona novella” di Fabrizio D’Andrè a Cormons e ad Azzano Decimo, poi porterò il mio spettacolo “Il secondo figlio di Dio” a Monfalcone per due repliche».

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