Una giovane dottoressa friulana sulla Dattilo per salvare i migranti

È la 26enne Giulia Marinig il medico che ha curato 1.014 profughi sulla nave della Guardia costiera. Il suo racconto: a bordo una ventina di donne incinte, tre di loro hanno dato alla luce i loro bimbi

UDINE. Pochi mesi fa, il visino sorridente incorniciato da una corona di alloro, festeggiava la sua laurea in Medicina e Chirurgia conseguita all’università di Padova. Venerdì scorso Giulia Marinig, 26enne di Prepotto, si è imbarcata sulla nave Dattilo della Guardia costiera che ha preso il largo nel Mediterraneo per trarre in salvo i migranti provenienti dalla Libia a bordo di “carrette del mare”.

Unico medico a bordo, affiancata dall’infermiere napoletano Alessio Gallotta di 25 anni, ha assistito a tre parti e ha fornito assistenza sanitaria a 1.014 profughi sbarcati mercoledì a Catania.

Esile, delicata, ma dotata di una tenacia non comune, Giulia si è diplomata al liceo Stellini e poi si è iscritta all’ateneo patavino maturando la decisione di fare la pediatra. A marzo discuteva la tesi sperimentale dedicata al tema della gestione farmacologica del dolore al Pronto soccorso pediatrico. Dopo l’abilitazione ha lavorato per breve tempo in un camping a Lignano, prestando assistenza medica, quindi la decisione di portare aiuto ai migranti.

Un compito non facile, visto che la Dattilo fra lunedì e martedì ha soccorso oltre un migliaio di migranti giunti a bordo di due gommoni e di un barcone.

«È stata un’esperienza forte – ammette Giulia –, ma il tempo per emozionarsi non c’era, era necessario fare un triage veloce: abbiamo curato donne, uomini e bambini che avevano ustioni da idrocarburi, colpi di calore, disidratazione, traumi, fratture e che, in gran parte, erano affetti da parassitosi, la scabbia principalmente».

A bordo della nave, partita con un equipaggio di una cinquantina di persone - il personale della Guardia costiera più medico e infermiere – in breve tempo è stato un brulicare di migranti. Sull’imbarcazione c’era un’infermeria con un deposito di farmaci e i kit per le medicazioni e per i parti, attrezzature che sono subito entrate in funzione.

«Abbiamo soccorso una ventina di donne gravide – conferma Giulia – le abbiamo sistemate a poppa sul ponte, attrezzando l’area. I primi parti li abbiamo avuti martedì mattina: alle 2 un’eritrea ha dato alla luce un maschio, poche ore dopo una connazionale ha partorito una bimba. Il terzo parto è avvenuto mercoledì, non ci sono state complicazioni».

Tre eventi felici in mezzo a tanta disperazione resi possibili grazie alla collaborazione instaurata sin dal 2008 fra il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta e la Guardia costiera a bordo delle unità navali e degli elicotteri, una sinergia avviata nell’ambito del Fondo asilo migrazione e integrazione.

Per due giorni Giulia ha lavorato ininterrottamente, ma tempo per riposare non ce n’era, visto che le donne erano in travaglio e diversi migranti avevano bisogno di assistenza medica. Eppure, da quella prima esperienza pare ne sia uscita rafforzata. «Fortunatamente siamo riusciti a operare senza farci prendere dall’agitazione, accantonando l’emotività, l’infermiere che mi ha affiancata è una persona molto preparata e abbiamo lavorato bene assieme – commenta Giulia – ma devo dire che tutto il personale della Guardia costiera è molto competente e ha gestito bene l’emergenza».

Le parole calme e pacate di Giulia, in porto a Catania in attesa di riprendere il largo, sono quelle di una persona profondamente arricchita da una forte esperienza sotto il profilo umano e professionale.

I suoi genitori, Gabriele e Maura, per tre giorni non hanno avuto sue notizie: «Abbiamo appreso dalla Tv quanto è successo perchè, da quando la nave è salpata, nostra figlia non era raggiungibile al telefono – conferma la mamma –. Ci ha informati della sua decisione solo pochi giorni prima di partire ed eravamo un po’ spaventati, pur sapendo che è una ragazza preparata, tenace e determinata, come tanti giovani friulani. Quando finalmente l’abbiamo sentita al telefono, stanca ma felice, ci siamo tranquillizzati».

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