La storia del partigiano ucraino sepolto nel cimitero di Preone

Era un ingegnere civile e attivista tra i nazionalisti, morì armeggiando una bomba a mano. Sabato la commemorazione organizzata dal Comune e dall’associazione Ucraina-Friuli

PREONE. Una lapide, un nome Jaroslav Javney e una storia da raccontare che si intreccia con la storia di Preone, il piccolo comune carnico alla Destra del Tagliamento.

La lapide è quella del partigiano ucraino morto a 31 anni il 28 settembre 1944, meglio noto come il “russo”per la lingua che l’uomo parlava. Il “russo” è entrato a far parte della comunità che decise di seppellire i suoi resti nel cimitero del paese e di curare quella tomba quasi fosse un piccolo mausoleo.

Tant’è che sabato, a 72 anni dalla morte, il Comune e l’associazione culturale Ucraina-Friuli commemoreranno il “russo” che poi russo non era.

Alle 11, in cimitero sarà scoperta una nuova pietra tombale e a seguire, a palazzo Lupieri, Javney, il nazionalista ucraino mandato in Italia a contattare gli alleati, sarà ricordato dall’ambasciatore del suo paese in Italia, Yevhen Perelygin, dal console generale dell’Ucraina a Milano, Roman Goriainov, dal presidente del Consiglio regionale, Franco Iacop, e dal sindaco, Andrea Martinis.

L’associazione Ucraina-Friuli, con la sua presidente Viktoria Skyba e il ricercatore Fabio Galimberti, ha voluto approfondire la vicenda dopo aver letto, nel 2014, sulle pagine del Messaggero Veneto una lettera nella quale l’appassionato di storia locale, Pierpaolo Lupieri, ricostruiva la presenza di Javney in Carnia.

Questa è una storia da raccontare perché la maggior parte degli abitanti di Preone ha custodito quella tomba come propria senza sapere chi era veramente il partigiano.

L’ha fatto come fosse uno dei suoi figli più cari senza immaginare che un giorno sarebbe stata proprio la sepoltura a riallacciare i fili della storia di Javney con il suo paese d’origine.

Javney era nato nel 1913, nel villaggio di Koshliaky Pidvolochysk della provincia, oggi ucraina all’epoca polacca, di Ternopil. Ingegnere civile, il suo nome comparve tra gli attivisti dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun).

«Era uno studente del ginnasio quando aderì all’Oun assieme ad altri quattro amici, e per quell’adesione venne condannato a un anno di prigione dalle autorità polacche». Lupieri racconta la vicenda dopo aver letto i documenti tradotti dall’associazione Ucraina-Friuli.

«Nel 1943 - continua - fu l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) a inviare propri emissari in Italia per contattare le Forze alleate. Il tentativo era quello di stabilire un legame con gli angloamericani, passando per i partigiani “badogliani”. Partirono sotto copertura come commercianti di una ditta operante per la Todt». Arrivarono a Trieste e lì si separarono.

«Javney - precisa Lupieri - finì in Carnia inquadrato nel battaglione “Stalin”, la formazione di ex prigionieri sovietici affiancata alla Garibaldi anche se non affine ideologicamente. Lì comunque decise di rimanere consapevole della comune lotta al nazifascismo».

In quell’estate della Carnia libera, poco prima della controffensiva tedesca e cosacca, morì da partigiano il 28 settembre 1944 armeggiando una bomba che gli scoppiò in mano, in val di Preone.

Dare una regolare sepoltura in un cimiero a un partigiano non era un fatto scontato, ma come sottolinea Lupieri «il parroco Pio Ferrante Polo fece leva sul fatto che il partigiano era di nazionalità polacca e quindi appartenente a un popolo cattolico».

Nel 1972 uno dei suoi compagni tornò in Italia dal Canada a cercare tracce dei commilitoni caduti.

«Arrivò a Preone e l’allora guardia comunale, Romeo Lupieri, lo accompagnò in cimitero. Trovò la tomba in ordine e decise di sostituire la croce in ferro con una stele marmorea su cui fece incidere il nome in cirillico e in latino, facendo così chiarezza anche sull’altro nome attribuito al “russo”, Bogdan Turasc. Era - conclude Lupieri -, il suo nome di battaglia. La guardia comunale per anni tenne i collegamenti con gli ex compagni di Javney per le sistemazioni della tomba. Oggi non è stato più possibile farlo».

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