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Il plebiscito del 1866, l'omaggio di Mattarella al Friuli

Un articolo del Presidente della Repubblica ricorda il plebiscito di 150 anni fa che sancì l'annessione del Friuli all'Italia: "Il Paese deve molto a queste terre". L’identità nazionale che inizia ad affermarsi, pur nelle diversità territoriali. Oggi come allora le difficoltà da superare assieme, nel rispetto della memoria

2 minuti di lettura
(ansa)

Il 22 ottobre 1866 fu scritta una pagina decisiva per l’unità d’Italia. Il plebiscito sancì l’ingresso di Venezia, delle province venete e friulane e di quella di Mantova nel Regno d’Italia, stringendo un patto costituzionale. A completare l’aspirazione risorgimentale mancavano ancora Roma e il territorio pontificio. Mancavano anche Trento e Trieste - le altre due Venezie - che divennero italiane solo dopo le sofferenze della Grande Guerra.

Senza Venezia e le Venezie, senza la loro storia e i loro popoli, il nostro profilo e la nostra identità sarebbero rimasti incompleti.

Figure come i Martiri di Belfiore, Daniele Manin, Ippolito Nievo, Niccolò Tommaseo, rimangono indelebili. Il 1866 porta all’unificazione del Paese il senso di un processo storico non più reversibile. Per l’Italia e gli italiani, che finalmente si costituivano in Stato, rappresentò l’ingresso nella contemporaneità.

Si riconnetteva una storia comune - nella diversità e originalità delle esperienze - e questo comune destino offriva nuove opportunità di crescita, di cultura, di emancipazione. Da italiani, i diversi popoli della penisola acquistano rinnovata dignità in Europa e nel mondo.

Il Paese intero deve molto alle genti di queste contrade - al loro patriottismo, alla loro industriosità, alla loro vocazione internazionale - e alle testimonianze delle civiltà di questi territori, al loro umanesimo. Grazie, a nome di tutti.

Dal canto loro le Venezie e Mantova hanno trovato, nell’Italia che hanno contribuito a far nascere, quelle conquiste di libertà che tutto il popolo attendeva, sancite infine, dopo la Liberazione, nell’ordinamento repubblicano, fondato sulle autonomie.

Teatro del lungo e sanguinoso conflitto della Prima guerra mondiale, questi territori hanno pagato un prezzo alto, che ha gravato sulle già dure condizioni di vita di tanta parte delle popolazioni, spingendo molti a scegliere, nella speranza di una vita migliore, la via dell’emigrazione, con un grande contributo allo sviluppo di Paesi lontani.

E’ stata la stagione della Repubblica - con le sue regole democratiche, con la sua scuola che ha sconfitto l’analfabetismo e diffuso l’istruzione, con la solidarietà tra i territori, con le capacità imprenditoriali che è riuscita a valorizzare - a permettere, in pochi lustri, a queste terre una crescita straordinaria. Le piccole e medie imprese in particolare e l’agricoltura di questi luoghi sono state protagoniste di un boom economico e sociale e sono diventate un modello, in un sistema di grandi eccellenze. Un esempio che ha restituito molto alla nostra collettività nazionale.

Una lezione che ricorda il valore della fedeltà alla propria memoria, ai principi su cui si fonda la nostra civiltà, al diritto che rende possibile il progresso e la libertà dei cittadini e delle formazioni sociali.

La vita di una comunità, attraversa - come quella delle persone, di ogni famiglia - vicende alterne, momenti di espansione e difficoltà.

La dura crisi economica che ci siamo trovati ad affrontare in questi anni ha aperto ferite e la situazione internazional. e ci ha posto davanti a problemi inediti. Ciascuno deve saper fare la propria parte per affrontarli: interlocutori pubblici - Stato, Regioni, Comuni - e soggetti privati, collettivi e individuali.

Alle spalle abbiamo insegnamenti e valori a cui attingere: se saremo uniti, se saremo coesi anche con i nostri concittadini europei, saremo forti. Il tempo nuovo ci chiede capacità innovativa, umanità e solidarietà; ci chiede di non deflettere dalla comprensione reciproca e dall’integrazione sociale, di ridurre le diseguaglianze che indeboliscono le stesse possibilità di progresso per tutti, di avere uno sguardo lungo e aperto su ciò che accade intorno a noi. Dobbiamo saper far tesoro di ciò che ci unisce.

Il mondo ammira la qualità italiana. Una qualità che si basa sull’essere, il nostro, il Paese delle mille città d’arte, delle molteplici università, dei mille mestieri e, al tempo stesso, di apprezzate imprese capaci di portare sui mercati internazionali il frutto del nostro lavoro e del nostro modo di operare. E tutto questo nel XXI secolo, quello della globalità, nel quale, anche per questo, contano proprio le radici.

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