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«Mia figlia Eluana: un calvario di 17 anni per affermare il diritto a una morte dignitosa»

Papà Englaro racconta la battaglia in nome della figlia. Dalle sentenze dei giudici all’ultimo viaggio in Friuli

4 minuti di lettura
UDINE. Gli ampi stralci che di seguito riportiamo dell’intervento di Beppino Englaro nel libro “Vivere e morire con dignità” vengono pubblicati per gentile concessione dell’editore Nuovadimensione.
 
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Quando accadde l’incidente mia moglie e io non eravamo a Lecco ma in vacanza in Val Pusteria, in provincia di Bolzano. Ricevemmo la notizia solo nella tarda mattinata e ci mettemmo subito in macchina. Il nostro primo incontro con Eluana e i medici della rianimazione avvenne quindi nel pomeriggio.
 
Ci informarono della gravissima situazione di nostra figlia facendoci presente che per la sua sopravvivenza sarebbero state determinanti le prime quarantotto ore. Risale a qualche giorno dopo la conoscenza del professor Riccardo Massei, responsabile dell’unità operativa di rianimazione dell’ospedale di Lecco.
 
Fu lui ad aggiornarci sulle condizioni di salute di Eluana per poi comunicarci che l’indomani (il 23 gennaio) sarebbe stata sottoposta a tracheotomia, intervento per il quale - ci disse - non era necessario il nostro consenso. La nostra risposta non si fece attendere.
 
Spiegammo al professor Massei che le persone capaci di intendere e di volere non possono essere curate senza il loro consenso e che quindi ritenevamo assurdo che quelle stesse persone una volta diventate incapaci potessero perdere tutti i loro diritti e venissero discriminate.
 
Conoscevamo troppo bene nostra figlia e sapevamo benissimo che imposizioni simili per lei erano inammissibili. Non potevamo non agire, non “darle voce” visto che non poteva più parlare. Da quel momento era scattato un meccanismo inarrestabile che puntava alla tutela del bene “vita” a ogni costo.
 
 
Un meccanismo che noi consideravamo infernale e disumano. Spiegammo al professor Massei che di quella forma di potere assoluto esercitata su nostra figlia lui avrebbe dovuto rispondere fino in fondo.

L’inizio della battaglia

Non trovavamo altri interlocutori e ci sentivamo come randagi che abbaiano alla luna, in un vero e proprio deserto. Sul finire del 1995, però, per caso ascoltammo in televisione un’intervista al neurologo Carlo Alberto Defanti che parlava degli stati vegetativi permanenti di origine iatrogena e riuscimmo a fissare un appuntamento con lui per un consulto.

Al professor Defanti portammo la documentazione clinica di Eluana e lui la esaminò attentamente. Avemmo conferma di quello che pensavamo, ovvero che le migliori cure non avevano prodotto alcun risultato e che altre soluzioni, a differenza degli Stati Uniti e del Regno Unito, in Italia non erano mai state affrontate.

Defanti era anche il presidente della Consulta di Bioetica di Milano, associazione culturale apolitica e aconfessionale che si occupa di problemi bioetici. La Consulta ci aiutò a mettere a punto una strategia giuridica che sarebbe stata portata avanti dall’avvocato Maria Cristina Morelli con il supporto del magistrato Amedeo Santosuosso, entrambi membri del gruppo di studio del professor Defanti.

La prima risposta concreta, ben articolata riguardo a principi di grande interesse per l’autodeterminazione dei soggetti in stato vegetativo permanente, la ricevemmo nella sentenza della Corte di Appello di Milano del dicembre 1999.

La Consulta la pubblicò nel primo numero del 2000 della sua rivista “Bioetica” e organizzò un incontro presso l’Università degli studi di Milano il 14 giugno del 2000 per un dibattito teso a sensibilizzare la pubblica opinione su questo tema.

Nello stesso giorno, per la prima volta in Italia un giornale (“La Repubblica”) dedicò una pagina intera alle problematiche che poneva la vicenda Eluana e il suo caso trovò spazio nei tre telegiornali della Rai e di Mediaset.

Il 14 giugno 2000 ci fu anche un appello scritto alle istituzioni per quelle migliaia di persone che aspettavano una risposta sullo stato vegetativo permanente. Il grande giornalista Pulitzer si era già espresso più di un secolo fa facendo presente che “un’opinione pubblica ben informata è come una Corte suprema”.

Nella società italiana era la prima volta che veniva posta una problematica del genere.

La svolta in Cassazione

Dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano del dicembre 1999 ci sono state altre cinque sentenze negative: due dal tribunale di Lecco, due dalla Corte d’Appello di Milano e una dalla Corte Suprema di Cassazione.

Ma la sentenza che ha dato la svolta definitiva alla vicenda è stata quella della Corte Suprema di Cassazione del 16 ottobre 2007 che ha cassato tutte le precedenti sentenze rimettendo il tutto a una diversa sezione della Corte d’Appello di Milano.

La Corte ha sottolineato che per riprendere il processo del morire dovevano essere vagliate alcune condizioni: a) l’irreversibilità dello stato vegetativo b) i convincimenti, lo stile di vita e l’idea di dignità della ragazza.

La sentenza ha chiarito una volta per tutte che l’autodeterminazione terapeutica non può incontrare un limite anche se ne consegue la morte e non ha niente a che vedere con l’eutanasia.

Ha stabilito anche che, superata la necessità di un intervento di carattere medico derivante dallo stato di necessità, bisogna ricreare il dualismo medico-paziente, e che il suddetto paziente, attraverso un legale rappresentante, può rifiutare o accettare i trattamenti prospettati.

Ci sono voluti quindici anni e nove mesi, pari a 5 mila 750 giorni, per intravedere la possibile autodeterminazione di Eluana, per noi già chiara nel gennaio 1992. Il decreto della Corte d’Appello di Milano era arrivata il 9 luglio 2008 e ci era sembrato un ulteriore passo verso il riconoscimento dei diritti di Eluana.

Dava la possibilità al tutore e al curatore speciale di far riprendere il processo del morire in una struttura clinica adeguata all’interno di parametri di scientificità e con precisi protocolli clinici.

L’opposizione della politica

Ma gli ostacoli non erano finiti. La Camera e il Senato sollevarono un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte Costituzionale.

La Corte Costituzionale ci diede comunque successivamente ragione e il conflitto di attribuzione fu addirittura ritenuto inammissibile. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni rifiutò di far accogliere Eluana in una struttura sanitaria della Lombardia.

Comportamento del tutto illegale, come la sentenza del Consiglio di Stato del settembre 2014 ha definitivamente chiarito. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel febbraio del 2009 tentò con un decreto (stoppato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) di ostacolare ulteriormente l’attuazione delle sentenze che autorizzavano l’interruzione dei trattamenti sanitari per Eluana.

E, ancora, l’allora ministro della Salute Sacconi giunse a ricattare le strutture nazionali sanitarie che si fossero prestate all’attuazione del decreto. Tutto questo, senza contare le falsità e il linguaggio offensivo utilizzato in questi anni da molti nei riguardi della nostra famiglia, non è stato semplice da affrontare e ha richiesto fatiche interminabili.

Il Friuli

Noi ci siamo sempre mossi nella legalità, nel rispetto delle sentenze e dei tempi della giustizia Saremo sempre grati al Friuli Venezia Giulia che ha accolto Eluana nella sua terra, al suo presidente Renzo Tondo, al sindaco di Udine Furio Honsell, alla presidente della casa di riposo La Quiete Ines Domenicali, ai due amici politici illuminati Ferruccio Saro e Gabriele Renzulli e infine all’avvocato Giuseppe Campeis per la preziosa assistenza legale nella fase più drammatica di questa vicenda a Udine.

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