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L’affondo di Benedetti: "Danieli ha un piano B in caso di vittoria del No"

Il presidente di Danieli teme i mercati in caso di bocciatura della legge Boschi. «L’azienda ha pronta un'alternativa nel caso in cui l’Italia perda competitività»

2 minuti di lettura

UDINE. Il ruolo dei mercati e il peso del debito pubblico irrompono nella discussione politica in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre come, in una maniera o nell’altra, si erano già materializzati nel recente passato in tutte le ultime campagne elettorali dell’Occidente.

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Il tweet di una manciata di giorni fa “cinguettato” da Matteo Renzi («Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti tutta, l’Italia ha diritto al futuro #passodopopasso») ha avuto l’effetto di un sasso gettato in mezzo allo stagno.

Ma, più in generale, è riuscito nell’interno di riportare al centro del dibattito i possibili scenari che si aprirebbero in Italia in caso di bocciatura della riforma Boschi che quasi sicuramente costringerebbe Renzi a salire al Quirinale. Con il corollario di incertezza che si aprirebbe sull’inquilino di palazzo Chigi, sulla tenuta dell’attuale maggioranza di governo e sugli scenari post voto.

E la preoccupazione, al di là delle singole posizioni politiche, è viva e intensa soprattutto all’interno del mondo industriale come ha sintetizzato Gianpietro Benedetti.

Realtà contingente, esagerazioni, “pressing” sul voto o meno, infatti, sentire “confessare” al presidente e amministratore delegato di Danieli – la più grande azienda del Fvg – come il management della multinazionale con sede a Buttrio abbia «pronto un piano B nel caso in cui l’Italia perda la capacità di essere competitiva» non può certamente lasciare indifferente la società friulana. Benedetti si ferma qui, non spiega nel dettaglio in cosa consista questo piano B (delocalizzazione? Taglio degli investimenti?), ma tiene particolarmente a sottolineare un concetto chiaro e cioè il rischio che corre il Paese nel caso in cui Roma non venisse più considerata a livello internazionale – soprattutto dai mercati – come un partner affidabile e in grado di mantenere le promesse di ammodernamento del sistema-Italia.

«La realtà è che il nostro Paese – ha spiegato – deve fare fronte a un debito pubblico di 2 mila 200 miliardi di euro che va continuamente rifinanziato. Non voglio essere tacciato di pessimismo ansioso, ma è chiaro che se fra qualche settimana il rating italiano sul debito sovrano dovesse peggiorare, rispetto al BBB- attuale, i conti, per tutti noi. sarebbero salatissimi».

L’incubo che ritorna per Benedetti ha, ancora una volta, sempre lo stesso nome: lo spread, cioè il differenziale tra i tassi di interesse applicati ai titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. «Oggi lo spread è sotto i 200 punti (ieri alle 16 era esattamente a 170 ndr) – ha proseguito il presidente di Danieli –, ma se improvvisamente dovesse salire ad esempio a 300, l’Italia sarebbe costretta a pagare ulteriori interessi per 10-12 miliardi di euro. Questo significherebbe che gli italiani dovrebbero affrontare ulteriori sacrifici e, a spanne, potrebbero dover rinunciare a una forbice tra i 3 e i 4 mila euro annui».

Benedetti agita lo “spauracchio” Grecia «anche se per fortuna il nostro Paese non è nelle condizioni in cui versava Atene un paio d’anni or sono» per spiegare che «Varoufakis è durato ben poco» e alla fine «Tsipras ha dovuto accettare una cura pesantissima con tagli alla spesa enormi» per evitare il fallimento.

Un teorema chiaro, quello di Benedetti, che invita ad osservare la campagna referendaria e il voto del 4 dicembre non da una prospettiva strettamente politica, bensì finanziaria. «Non parlo da uomo di partito – ha concluso – e, onestamente, non mi occupo di politica.

Sono un manager, abituato ad analizzare i dati e a verificare le prospettive. Dando un’occhiata al fronte del No al referendum, però, noto come sia molto eterogeneo e mi chiedo se i mercati sarebbero in grado di fidarsi. Cioè se i creditori del nostro Paese scommetterebbero che quei partiti siano in grado di fare fronte comune e approvare le riforme necessarie per proseguire nell’ammodernamento di uno Stato inefficiente e costoso».

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