L’autonomista di destra che sognava un Friuli “separato” da Trieste

L’apice della sua esperienza politica fu a palazzo Belgrado. Voleva una Regione sul modello di Trento e Bolzano

Il professore diventato rettore. Il rettore trasformatosi in politico di razza, il primo della sua “specie” in Fvg e destinato a essere copiato da Honsell, Compagno e Peroni. Marzio Strassoldo ha attraversato gli anni 90 e la prima decade del Duemila con il vento in poppa, prima di finire travolto – era l’autunno del 2007 – dallo scandalo per un presunto voto di scambio con Italo Tavoschi da cui ne uscì senza problemi legali, ma che gli costò la poltrona di presidente della Provincia di Udine.

Strassoldo era stato rieletto appena un anno prima, per la seconda volta, al vertice di palazzo Belgrado e da quel tracollo, politicamente parlando, non si riprese più tanto che nel 2008, quando si ripresentò in solitaria alle elezioni, non riuscì a superare il muro del 2% delle preferenze. In Provincia c’era arrivato come successore di Carlo Melzi, spinto da una coalizione di centrodestra che vedeva in lui l’erede ideale del grande industriale di Fusine.

E in quella scelta, di appoggiarsi all’allora Casa delle Libertà per la scalata a palazzo Belgrado, si intravede molto del suo dna politico.

Strassoldo è stato un autonomista vero, di quelli profondi che non hanno mai mutato opinione, nemmeno quando il vento ha cominciato a spirare in direzioni opposte. Ma a differenza di tanti friulanisti che hanno guardato – e in molti casi continuano a farlo – verso sinistra, i suoi piedi sono sempre stati ancorati, saldamente, nel campo di quel centro – figlio di una parentesi democristiana giovanile di cui negli anni si pentì – che pendeva a destra.

Un autonomismo che affondava le proprie radici nella storia e nella cultura friulana e che ha sempre visto nell’area triestina qualcosa di diverso, diametralmente opposto a una . Piciule Patrie che per sopravvivere doveva restare separata – nella testa e nel cuore – dal capoluogo.

Troppo intelligente Strassoldo per non capire che l’Autonomia di una Regione come il Friuli Venezia Giulia – storicamente artificiale – sarebbe stata travolta da pulsioni separatiste interne – e non per niente si oppose strenuamente al progetto di Illy della Provincia di Tolmezzo –, aveva in mente un modello ideale: quello di Trento e Bolzano. Uno schema in cui la cornice dell’unità regionale sarebbe stata salvaguardata (molto) più nella forma che nella sostanza e il cui quadro doveva essere profondamente modificato rispetto a quello disegnato nel 1963. Strassoldo voleva una separazione netta tra il Friuli e Trieste.

Un “taglio” ufficiale tra le due anime della regione, non soltanto di facciata, che poteva diventare reale esclusivamente con l’istituzione di due Province Autonome: da una parte Udine (con Pordenone), dall’altra Trieste (assieme a Gorizia).

L’uomo che vedeva nella Südtiroler Volkspartei, nell’Unione cristiano-sociale bavarese, e nell’indipendentismo catalano i tre cardini ispiratori di un autonomismo capace di cogliere risultati concreti, non ha quasi mai rappresentato il simbolo di una corrente maggioritaria tra le anime friulaniste a cavallo dei due millenni. Anche quando il suo ciuffo imbiancato svettava dal balcone di palazzo Belgrado, in molti più che alla Provincia guardavano al Comune dove gli autonomisti ci sono (quasi) sempre stati, almeno fino a qualche anno fa, pendendo però, più o meno decisamente, a sinistra.

Non ha vinto Strassoldo, ma non ha mai smesso di lottare. Anche quando la maggior parte della politica friulana lo trattava da paria ha continuato a combattere, portando la sua voce «in difesa del Friuli» ovunque potesse essere ascoltata.

Al referendum costituzionale ha fatto campagna per il No convinto che la riforma Boschi avrebbe rappresentato il cavallo di Troia per dire addio alla Specialità e, quindi, ai suoi sogni di “libertà” dei friulani. Di quei friulani cui ha sempre chiesto, quasi implorato, di unirsi in nome di terra, lingua e cultura senza lasciarsi trascinare nei rivoli dei partiti nazionali cui di ciò che accade quassù interessa ben poco.

Strassoldo lo diceva sempre: i friulani devono smetterla di sentirsi antropologicamente inferiori. Cancellando quell’animo da sotans che li tiene lontani dal loro sacrosanto diritto di autodeterminazione. Smettendola, una volta per tutte, di pensare che ciò che proviene da fuori è sempre meglio.

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