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L’amica del boss dietro gli investimenti delle cosche a Udine

Due negozi del centro commerciale Bennet di Pradamano in mano ai Piromalli. I pm di Reggio Calabria: erano utilizzati per riciclare capitali sporchi della cosca

3 minuti di lettura

UDINE. Che la mafia investa i proventi della propria attività illecita nei centri commerciali è cosa nota e accertata da tempo, dal sud al nord del Paese.

Che questo avvenga anche in Friuli Venezia Giulia, invece, è notizia di ieri. A fare crollare l’ennesimo tabù di una regione che, per decenni, ha continuato a ritenersi immune dal rischio infiltrazioni è stata l’inchiesta coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria sul clan dei Piromalli di Gioia Tauro, in Calabria, e sfociata ieri nel fermo di 33 indagati e nel sequestro di beni per un valore di circa 40 milioni di euro.

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Nelle quasi due mila pagine dell’ordinanza a firma dei sostituti procuratori Roberto Di Palma e Matteo Centini, compare anche il nome del Centro commerciale Bennet, in via Nazionale, a Pradamano. In provincia di Udine, appunto. Il riciclaggio sarebbe avvenuto anche là, in due insospettabili punti vendita frequentati ogni giorno da centinaia di clienti: il “Jennifer” e il “Celio”, entrambi negozi di abbigliamento collegati ai rispettivi marchi francesi.

Nel ricostruire le attività della famiglia Piromalli e, in particolare, di Antonio, 44 anni, promotore e organizzatore della cosca, figlio di Giuseppe “Facciazza”, i carabinieri del Ros hanno risalito la penisola, finendo prima a Milano, dove il boss «per scelta criminale si era stabilito strategicamente» e da dove «continuava a mantenere il controllo assoluto su Gioia Tauro», e poi nelle regioni di Nord-Est: in Veneto, per il controllo dell’attività di narcotraffico nell’Interporto di Padova, a Vigonza, e su altre zone delle province di Venezia, in particolare in Riviera del Brenta, Treviso, Belluno e Vicenza, e in Friuli, dove il business era rappresentato proprio dal settore dell’abbigliamento.

Supportata da una montagna di intercettazioni, l’attività investigativa punta ora a dimostrare come Antonio Piromalli «collaborasse direttamente e personalmente al finanziamento dell’organizzazione anche attraverso l’investimento in attività commerciali e imprenditoriali» a Pradamano.

Perchè dietro alla “Original Trade srl” di Vigonza e all’azienda “Artemide”, di Milano, «utilizzate per l’apertura di nuovi negozi al Bennet», ci sarebbero stati lui e il suo affiliato e concittadino Alessandro Pronesti, 38 anni. Cinzia Ferro, milanese di 43 anni, sulla carta titolare di entrambe le società e, nella vita, compagna di Pronesti, non sarebbe stata altro che uno schermo. Lei la testa di legno, loro i reali proprietari.

Insieme, i due ’ndranghetisti avrebbero «investito capitali illeciti accumulati nel contesto dell’attività della cosca negli anni precedenti all’arresto di Piromalli, il 23 luglio 2008, nella Original Trade, per una quota pari a un terzo del capitale di 100 mila euro versato, e nella Artemide di Ferro Cinzia, fittiziamente a lei intestate».

L’obiettivo? «Ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa dei capitali – scrivono i pm –, che apparivano nella disponibilità di altri soggetti, come i fratelli del Pronesti o la sua compagna, e che venivano immessi nel mercato attraverso i loro negozi». Lavatrici per soldi sporchi nel contesto di un’economia sana, insomma.

Fin qui il ramo fashion. Non meno collaudato, per mettere in circolo le enormi disponibilità di denaro accumulate dalla cosca - prima, durante e dopo i sette anni di detenzione do Piromalli -, il canale agroalimentare. In questo caso, le imprese erano formalmente riconducibili a lui: quella storica di produzione agrumi e olio e la “P&P Foods srl”, specializzata in attività di mediazione.

Un escamotage, di nuovo, per confondere le acque e rendere invisibile la sua holding, composta da una molteplicità di aziende italiane e statunitensi e attiva, appunto, nella commercializzazione ed esportazione dei suoi prodotti di punta, «per poter così reinvestire i capitali sporchi, truffare i consumatori americani e produrre un cospicuo e continuo flusso di denaro, peraltro sottratto all’imposizione, attraverso false fatture e pagamenti in nero».

Ed è qui che il ruolo dei centri commerciali torna a essere decisivo. Sul territorio nazionale, e più precisamente nelle regioni del Nord-Est, la distribuzione degli agrumi - sempre secondo gli atti processuali - sarebbe avvenuta attraverso le catene Ali e Bennet.

Come non ricordare, allora, le parole con cui il già procuratore capo a Torino e Palermo, Gian Carlo Caselli, oggi presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulle agromafie di Coldiretti, lo scorso dicembre in un’intervista al Messaggero Veneto ricordò come «il comparto agroalimentare attragga soggetti border line e mafiosi» e come «i due grossi problemi, oggi, siano l’“Italian sounding”, che con i suoi prodotti ingannevoli fattura, e quindi sottrae, ogni anno 60 miliardi di euro, e il fenomeno dei prodotti autenticamente made in Italy, ma realizzati con ingredienti esteri».

Certo, quanto fin qui ipotizzato resta tutto da provare e le difese daranno filo da torcere agli investigatori reggini per smantellare il complesso impianto accusatorio che, ieri, ha visto notificare decreti di perquisizione e avvisi di garanzia in Calabria, Lombardia e Veneto per reati che vanno dall’associazione di tipo mafioso al traffico di stupefacenti, e dall’autoriciclaggio all’intestazione fittizia di beni. Ma il monito, per la nostra regione, è ormai quello lanciato dal procuratore capo di Trieste, Carlo Mastelloni, quando, due anni fa, pretese un cambio di marcia, investigativo e culturale insieme: «L’isola felice – disse – non esiste più e il pericolo infiltrazione, da latente, è diventato un fatto compiuto».

La mafia al nord. La mafia è un fenomeno liquido, che non è possibile racchiuderlo in un solo contenitore o dentro i confini dei focolai meridionali. Anche nel Friuli-Venezia Giulia si sono spinti gli interessi della mafia siciliana. Il numero dei beni confiscati negli ultimi due anni ha registrato un aumento del 121%: si è passati da 19 confische a fine 2013 a 43 a dicembre del 2015. Le cifre non sono altissime ma, secondo il giornalista dell'Espresso Lirio Abbate, "in Friuli Venezia Giulia ci sono insediamenti di imprese e aziende che sarebbero riconducibili a personaggi legati alla mafia siciliana". L'analisi del giornalista è confermata dalla confisca di 81 beni immobili, 4 società, un autoveicolo e un’imbarcazione appartenute a Camillo, Massimiliano e Roberto Graziano, imprenditori friulani legati alle cosche Madonia e Galatolo, componenti dell’ala stragista di Cosa nostra.

Ecco la mappa dei beni confiscati realizzata da Confiscati Bene (dati dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati)

 

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