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Il racconto di Silvio Loreti: "Sono nato in un campo di concentramento il 23 dicembre 1944"

Udine, la storia del termoidraulico di via Villalta. È venuto al mondo a Christianstadt, in Germania

2 minuti di lettura

UDINE. Figlio di ignoti, Silvio Loreti, 72 anni, visse nell’ombra fino al matrimonio: per pronunciare il fatidico sì doveva esibire il certificato di nascita che non aveva mai avuto. Fino a pochi anni prima aveva vissuto in collegio ed era apolide.

La ricostruzione della sua storia prese il via all’ufficio anagrafe di Martignacco, nel 1966. Seguendo il percorso a ritroso, Loreti arrivò al campo di concentramento femminile di Christianstadt, in Germania, dove sua madre, Vesna Dumanic, di Spalato, lo aveva dato alla luce il 23 dicembre 1944. Era una bambina, aveva appena 17 anni.

All’epoca Vesna era sposata con Giuseppe De Stefani, di Spinoso (Potenza), 14 anni più grande di lei. Il bambino nato nel luogo dell’orrore venne battezzato il 15 aprile 1945 nella cattedrale di Senftenberg, si chiamava Silvio De Stefani.

Portava il cognome del padre (lo conferma la pagella scolastica compilata nel 1957 dalle insegnanti della scuola di Sagrado), non era ancora stato disconosciuto per adulterio della madre.

«Stante il divieto del riconoscimento dei figli adulterini», si legge in un documento, Silvio venne configurato come figlio di genitori entrambi ignoti. Il cognome Loreti gli venne assegnato dall’ufficiale di stato civile del comune di Spinoso, nel 1958, al momento della trascrizione della sentenza del tribunale di Trieste.

«Mia madre e suo marito si erano spostati il 25 giugno 1943, erano partigiani ed entrarono nel campo di concentramento il 25 settembre 1944, mentre io sono nato il 23 dicembre 1944». Pensare a una diciassettenne in un campo di concentramento e alle barbarie che sono state compiute in luoghi come quello, ogni ipotesi resta aperta.

Silvio ha aggiunto nuovi tasselli alla sua storia grazie a un giornalista sloveno che si è messo sulle tracce dei bambini nati nei campi di concentramento. Lo stesso che il 27 febbraio racconterà anche la storia del termoidraulico, in un programma di una Tv slovena.

«Pensavo di essere nato a Dachau, ero convinto che mia madre fosse di Pola», racconta il termoidraulico, visibilmente commosso, mentre sfoglia i documenti che ha raccolto in questi anni.

Sono documenti che testimoniano la sua permanenza nel campo e in collegio perché Silvio non ricorda di aver vissuto con la madre e tantomeno con Giuseppe De Stefani. Uscito da Christianstadt venne accolto in una struttura a Redipuglia e da lì trasferito a Sagrado (Gorizia).

«Eravamo in 120 e andammo a Sagrado a piedi», racconta Loreti senza dimenticare la donna che di tanto le faceva visita e che gli operatori gli dicevano di chiamare zia. «Ho saputo solo dopo che voleva adottarmi». Ricorda anche l’unica volta che vide la madre: «Era a letto, ammalata».

Vesna morì nel 1952 di tubercolosi. «Molto probabilmente contrasse la malattia nel campo di concentramento», aggiunge Loreti ammettendo che grazie alla pratica di risarcimento tentata da Giuseppe De Stefani ha potuto risalire a una parte della sua storia».

«Dovevamo sposarci e Silvio non risultava da nessuna parte. Siamo riusciti a farlo solo perché otto dipendenti delle Grafiche Fulvio, dove lavorava all’epoca, confermarono la sua esistenza», aggiunge la moglie, Albina De Conti, determinata ad andare fino in fondo.

A lei interessa approfondire l’aspetto femminile di questa vicenda per questo pensa spesso alle sofferenze che sicuramente ha vissuto la mamma di Silvio.

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