L'accusa dei costruttori: "Manca una strategia per superare il declino"

La ripresa non c’è per l’edilizia

Il presidente dell’Ance Contessi attacca la gestione politica. «Sugli incentivi ai cittadini lotto da anni con gli uffici regionali»

UDINE. La crisi del Friuli Venezia Giulia è legata alla «mancata programmazione» per Roberto Contessi, presidente dell’Ance, associazione nazionale costruttori edili di Udine e capogruppo della sezione “Industrie costruzioni edilizie” di Confindustria Udine, intervenuto ieri al Future Forum della Camera di Commercio. E la prima colpevole è la politica.

«Venivamo da un periodo di vacche grasse e non si è saputo affrontare la crisi con i giusti strumenti – ha aggiunto Contessi –. E questo dimostra la pochezza dei nostri amministratori pubblici. Dal 2008 a oggi abbiamo perso più di mille imprese in regione con un impoverimento che è sotto gli occhi di tutti».

Si calcola infatti che «un milione di euro investito nelle costruzioni crea 15 posti di lavoro e un ritorno fiscale alla regione del 20 per cento – snocciola i dati il presidente dell’Ance –. Numeri che calati nell’indotto economico generato fanno schizzare l’apporto a 3,1 milioni. Quella sul rinnovamento energetico è una battaglia che conduco da due anni con gli uffici regionali.

Perché gli incentivi al singolo cittadino non hanno più senso considerato che non creano il lavoro di cui abbiamo disperatamente bisogno». Ma come fare? «Bisogna investire e superare la quota del 3 per cento fissata dall’Unione europea. E se qualcuno non sarà d’accordo prenderemo le decisioni del caso», ha sentenziato Contessi.

Il cosiddetto Patto di stabilità è stato introdotto con l’accordo di Maastricht del 1992, affinché ciascuno Stato non sforasse determinati parametri economici imposti dall’Ue, nell’intento di non creare eccessivi squilibri fra le economie aderenti e procedere lungo un cammino di finanza pubblica unitario e armonico.

Fra questi parametri, c’è anche il 3 per cento cui si riferisce Contessi: secondo questa regola, il deficit pubblico (ovvero l’eccesso delle uscite rispetto alle entrate di uno Stato) non deve superare il 3 per cento del Pil del Paese in questione.

Non esiste però alcun tipo di meccanismo sanzionatorio nei confronti degli Stati che non rispettano questo parametro, ma semplicemente vengono loro rivolti diversi ammonimenti a lavorare affinché tornino sotto la quota del 3 per cento; o meglio, esiste una possibilità di sanzione, ma non viene mai nemmeno presa in considerazione, vista la generale ostilità con cui l’Europa è vista persino dagli stessi Stati membri, per di più all’indomani della Brexit e in odore persino di Frexit.

Il rispetto di questo valore è pressoché più una questione di immagine e di fiducia generata, al massimo di possibilità di accedere ad alcuni vantaggi riservati ai Paesi virtuosi. Ed è su questo limite opaco che si pone il diktat di Contessi. «In questa fase hanno più potere i funzionari dei politici», continua.

A dargli ragione è il consigliere regionale Alessandro Colautti (Ncd): «Abbiamo vissuto lo spartiacque di Tangentopoli, per cui tutti i politici rubavano e quindi era meglio affidare nelle loro mani soltanto la programmazione. Ecco perché oggi è la burocrazia a decidere. Ma è difficile che si assuma responsabilità e oggi le leggi da provvedimenti sono diventate regolamenti con rinvii per così dire “garantisti”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Parolacce, gaffe, piazzate: ecco tutti gli show di Massimo Ferrero

Insalata di gallina, radicchio, mandorle, melagrana e cipolla

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi