Si inventa un lavoro: dalle mele ai bagigi, la nuova frontiera della vita nei campi

Le sperimentazioni di Marco De Munari nell’azienda di famiglia a San Vito al Tagliamento

SAN VITO AL TAGLIAMENTO. La nuova frontiera contadina è fatta di tanta sperimentazione. Chi avrebbe mai pensato che i bagigi, o barbagigi, potessero nascere fuori dalla porta di casa? Il nome dialettale è riferito alle noccioline americane, o arachidi, coltivazioni di altre terre.

Dopo alcune prove, portate a termine in un fazzoletto di terra, Marco De Munari ha destinato un paio di ettari alla . new entry dell'azienda di famiglia, con l'obiettivo di raggiungere una produzione di 30 quintali. Aveva sentito parlare in un convegno della possibilità di ottenere buone rese anche da quel tipo di pianta.

E si è attivato. In passato, nei campi friulani c'era qualche traccia. Poca roba, tanto per tentare. A lui i bagigi sono sempre piaciuti: un cartoccetto e via, tanto per sgranocchiare qualcosa. Ora li coltiva lui, li tosta e li vende. Non sono operazioni difficili: soltanto la tostatura è un po' delicata se non si vuole bruciare tutto.

Ci vuole mestiere. Il suo referente per l'acquisto dei semi è un negoziante rodigino, perché l'arachide si sta aprendo spazi interessanti anche nel Nordest. Il legume di casa nostra ha dimensioni un po' più ridotte rispetto a quello americano e la pellicina che avvolge i piccoli frutti è di colore rosso vivo, ma il sapore c'è tutto. Ed è buono.

Cinquant'anni di storia. L'azienda De Munari ha così diversificato ulteriormente la sua attività, pur mantenendo l'organizzazione con caratteristiche familiari.

Ovviamente, l'impresa si avvale di manodopera stagionale nei periodi più intensi, ricorrendo ai voucher («è uno strumento da disciplinare, ma non da sopprimere») e ai contratti a tempo determinato. Marco De Munari, trentatreenne, è colui che si dedica anima e corpo alla sperimentazione. Capita che qualche idea nasca da chiacchierate e discussioni.

Per esempio, dopo le arachidi, tre ettari di terreno sono ora destinati a un tipo di frumento che serve a un amico di Bagnarola per fare il pane da vendere nel suo negozio. A lui le sfide piacciono. Ha un diploma di perito agrario, ottenuto all’Istituto di Spilimbergo, e tanta passione per la vita nei campi: «La mia giornata-tipo è intensa, il lavoro mi assorbe almeno una decina di ore».

Un po' di tempo glielo porta via anche l'incarico istituzionale di delegato dei Giovani Impresa della Coldiretti del Friuli Venezia Giulia.

Ci sono da difendere gli interessi di tutta la categoria. Intanto, è lui che rappresenta, con il fratello Davide (39 anni), la nuova generazione dell'impresa agricola, fondata una cinquantina di anni fa dal nonno Alessandro, il quale investì a San Vito al Tagliamento la liquidazione di una vita da mezzadro trascorsa a Fossalta di Portogruaro.

Per l'investimento fu scelta la zona fertile delle Pissarelle, una località ricca di risorgive, particolarmente adatta all'agricoltura tanto da frenate le mire espansionistiche della grande area industriale del Ponte Rosso, soprattutto prima della crisi degli Anni Duemila, quando si vendevano i terreni per andare in fabbrica.

Sullo sfondo della sterminata campagna si staglia il Piancavallo ancora innevato. La Natura compone una cartolina di promozione turistica delle nostre terre.

La rivincita contadina si è sviluppata anche qui, in un luogo che fa risaltare il paesaggio friulano, con i campi disegnati bene e pettinati con ordine, dove si sente l'odore della campagna, che dà i primi segnali di risveglio.

La svolta con i meleti. «Mio nonno Alessandro giunse qui - spiega Marco, che sintetizza in poche parole la storia familiare - attirato dal buon prezzo di una piccola azienda in vendita, inserita in una quarantina di ettari di terreno.

Per la verità, si trattava di una baracca malconcia. Roba da piangere. Il nonno non si perse d'animo, perché aveva mestiere e passione. Aiutato dai miei genitori, la rivoltò come un calzino, superando la vecchia visione di coltivazioni legate quasi esclusivamente ai seminativi.

Basta insistere con le pratiche ormai superate! La resa si abbassava e la concorrenza massacrava i margini di guadagno. Occorreva voltare pagina». Era tempo di puntare su nuove produzioni: perché non specializzarsi sugli alberi da frutta?

Nacque così l'impero delle mele, che rappresenta il core business aziendale, con tanto di logo: due mele stilizzate con un po' di foglioline per ravvivare il disegno, e via alla conquista dei mercati. Nel cuore del podere trovano spazio all'incirca 40 mila piante, raccolte in 13 ettari di terreno, per una produzione di oltre 6 mila quintali di frutta.

In primavera prevale il bianco dei fiori, poi la tavolozza si allarga ai colori delle molte varietà di mele, scelte con l'obiettivo di rendere più lunghe le operazioni di raccolta: Gala (rossa striata), Golden (gialla), Fuji (rossa tendente al marrone), Imperatore (rossa e un po' schiacciata), Granny Smith (verde).

Ma prossimamente entreranno nel circuito altre novità che, per il momento, il cosiddetto “segreto industriale” impedisce di conoscere. C'è da battere la concorrenza dell'Est europeo (soprattutto Polonia) che può contare su costi del lavoro molto più bassi dei nostri.

E, per quanto riguarda le mele, la meccanizzazione è scarsa, quindi gli oneri incidono di più: «Ma noi possiamo vantare qualità migliori e fantasia nelle varietà».

L'85 per cento della produzione viene venduta a una grande cooperativa, mentre il resto è destinato alla commercializzazione in proprio: frutta sfusa (quella di prima selezione), confetture, purea e aceto (tutte trasformazioni di prodotti considerati scarti di mercato, comunque sani).

Il sidro, che si ottiene dalla fermentazione alcolica delle mele, è stato invece abbandonato, perché non incontrava i favori del mercato.

È avvenuta la sostituzione con le mele disidratate, «in quanto la frutta secca - spiega - è la mia passione», tanto da coltivare le arachidi e da impiantare un promettente noccioleto esteso su due ettari e mezzo di terreno.

Tradizione del tabacco. È stato soprattutto il papà di Marco, Giuseppe, ad accelerare il processo di diversificazione delle colture: «Ha sempre avuto la capacità di trasmetterci il senso di un progetto comune. È così che nasce la passione, fin da piccoli».

La madre Milena si occupa invece della bottega. Una delle intuizioni del padre è stata quella del tabacco, la cui coltivazione era già diffusa sia nel Sanvitese che nel Codroipese. La grande crisi degli Anni 70 mise in ginocchio molte imprese.

Poi, un po' più tardi, con la fine del regime di monopolio, rimase ben poca cosa del settore. «Dopo la liberalizzazione dei mercati degli Anni 80 - spiega Marco De Munari - la nostra è rimasta l'unica azienda friulana: mantiene circa 22 ettari, tutti presi in affitto. Riusciamo a ricavare 700 quintali di tabacco secco, di qualità che è molto apprezzata per le miscele più importanti».

Qual è il ciclo vegetativo di questa pianta esotica? Non ci sono particolari problemi. I semi, di qualità Virginia Bright, vengono importati dal Brasile. Proprio in questi giorni, è cominciata la semina in cubetti di pochi centimetri, sistemati in serre protettive coperte con il nylon, poi dai primi di maggio le piantine saranno trapiantate in campo aperto.

Del tabacco si raccolgono soltanto le foglie verdi, larghe e profumate, tra agosto e ottobre: si parte da quelle più basse, che sono le prime a maturare, per procedere progressivamente con quelle più alte. Alla fine, scatta l'operazione di essiccazione, che avviene in alcuni box di lamiera, ben ventilati, sistemati al centro nel podere.

In realtà, i tempi delle vacche grasse sono finiti, perché non garantiscono più buoni margini di guadagno: le condizioni le impongono le multinazionali, alle quali è destinato tutto il prodotto. Prendere o lasciare.

C'è anche il vigneto. Ovviamente, non può mancare il Prosecco nell'azienda De Munari. Moda o non moda, è una coltura che dà soddisfazioni in termini di resa e di redditività: «È il benvenuto tra noi - spiega Marco - perché è un vino che ha ovunque successo.

Si piazza subito nei mercati e va via “bruciato”. Noi vendiamo tutta l'uva a un viticoltore della zona. Sono destinati a vigneto all'incirca 13 ettari, metà dei quali sono riservati proprio alle “bollicine”. Il resto è suddiviso tra Pinot grigio e Refosco.

La new entry è il Moscato. La produzione media è di circa 150 quintali. Per le nostre esigenze di vendita diretta tratteniamo non più del 10 per cento della produzione. Non possiamo tradire le attese dei clienti che frequentano la nostra bottega.

Ora l'intenzione è di avviare la commercializzazione anche attraverso i social». I giovani puntano decisamente sul digitale per spingere la promozione della propria azienda, alla quale agganciano la valorizzazione del territorio circostante. In realtà, alzano anche i livelli di sensibilità per la tutela dell'ambiente.

Avere a che fare quotidianamente con le piante significa proteggerle dagli attacchi dei parassiti. Ecco che formazione professionale e cultura favoriscono il controllo sui fitofarmaci, in modo da bloccare l'uso di porcherie in forma scriteriata.

Oggi è maggiormente diffusa la volontà di seguire con scrupolo i disciplinari per le buone pratiche nei campi. La presenza delle nuove generazioni aiuta. Marco De Munari esprime questo concetto in maniera convinta: «Noi ci proponiamo come sentinelle del territorio».

La soglia dell'attenzione resta alta. Soprattutto l'agricoltura deve fare la sua parte per difendere l'ambiente. E in questo il Made in Italy, con le sue regole, è in prima linea. «Giusto. Come categoria - aggiunge - chiediamo il rispetto dei prodotti italiani».

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

La Notre-Dame virtuale batte sul tempo la cattedrale reale. Ma attenzione alle vertigini

Porridge di avena alla pera e nocciole

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi