Voucher, dopo la cancellazione il caos: esplode il lavoro nero

Anche in Friuli non sono più in vendita e chi ne ha rischia nell’utilizzarli perché la legge è abrogata

UDINE. Un voucher da attivare per la sostituzione di una dipendente malata. L’imprenditore si collega all’Inps per attivarlo. Niente, il sito non funziona, l’attivazione del voucher non riesce. «Che vuole che le dica... Pagherò la sostituta in nero...».

La “confessione” svela la doppia beffa dei voucher. I “buoni lavoro”, di cui il governo ha decretato la scomparsa consentendo però lo “smaltimento” di quelli già acquistati, non solo cessano di esistere privando così le imprese che li usavano di uno strumento per il lavoro occasionale (e i lavoratori di un’entrata), ma anche chi li possiede e potrebbe impiegarli, non lo può fare.

Fine voucher: e adesso? Il caos sul periodo transitorio

«Effettivamente - spiega Enrico Macor, presidente del Consiglio dell’ordine dei consulenti del lavoro di Udine - il sito dell’Inps oggi non funziona. Ma anche riprendesse a funzionare il problema rimane, perchè il decreto legge del 17 marzo scorso ha abrogato in toto la disciplina del lavoro accessorio.

Ciò significa che a partire dalla definizione di “lavoro accessorio”, passando al campo di applicazione, agli aspetti previdenziali, alle sanzioni, ai limiti economici, alle modalità di accesso, allo speciale regime per l’agricoltura, nulla di questo esiste più. E quindi è logico chiedersi: come si fa ad attivare un rapporto di lavoro privo di una disciplina propria e senza regola alcuna?».

Questo accade «perché - spiega il consulente - al decreto legge numero 25 manca una norma analoga a quella che era stata prevista per le collaborazioni coordinate e continuative». In quel caso il decreto legislativo 81 del 2015 aveva sì abrogato esplicitamente le norme regolatrici dei co.co.pro., i contratti a progetto, ma aveva disposto l’applicabilità dei contratti in corso alla data di entrata in vigore della riforma, sino alla loro scadenza naturale.

«Nel caso dei voucher - sottolinea Macor - questo non è avvenuto perché è la norma ad essere stata interamente abrogata». «Un eventuale conflitto connesso alla condizione del rapporto di lavoro accessorio, per qualsiasi ragione o causa, oggi non troverebbe alcun riferimento normativo a cui ancorare il giudizio e la risoluzione del conflitto.

Con una conseguente incertezza che non ha precedenti, perché il lavoro accessorio è, ed era, indifferente alla qualificazione classica tra lavoro autonomo e lavoro subordinato - ancora Macor -. Abrogate ora le norme speciali, risulta davvero complicata la possibilità di ricondurlo con efficacia a una o all’altra disciplina».

Altro quesito: ma chi ha i voucher e li può usare, come fa? Deve comunicarne l’attivazione all’Inps così come prevedevano le ultime modifiche alla disciplina? «Il decreto legislativo entrato in vigore a ottobre 2016, e che modificava la norma originaria, imponeva la comunicazione preliminare di 60 minuti prima dell’inizio della prestazione, sanzionando pesantemente l’omissione, con importi oscillanti tra i 400 e i 2.400 euro.

Ora per effetto del combinato disposto del primo e del secondo comma del decreto 25/2017, a rigor di legge, ci sarebbe da rilevare non solo che la comunicazione preventiva non è più obbligatoria, non essendo prevista da alcuna normativa vigente – spiega Enrico Macor -, ma sarebbe impossibile applicare la sanzione in caso di omissione, perché anche la norma che la prevedeva è stata espressamente abrogata».

«Con questo decreto non è abbiamo risolto i problemi del mondo, anzi li abbiamo complicati», è la considerazione di Enrico Macor.

Quali alternative, ora, per imprese e famiglie? «Procedere con assunzioni vere e proprie facendo ricorso ad altri tipi di contratto, come ad esempio il lavoro intermittente».

Per i privati che si avvalgono di colf e badanti stabilmente, c’è un contratto ad hoc che può essere attivato anche per un basso numero di ore mensili; per le pulizie di Pasqua (lavoro occasionale) «l’alternativa non c’è, occorrerà chiamare una cooperativa...».

Ma il problema maggiore lo avrà l’agricoltura, che è poi il settore per il quale il “buono lavoro” era stato pensato. «L’alternativa migliore resta il lavoro intermittente o a chiamata - suggerisce Macor -, a fronte però di modifiche alle restrizioni».

Oggi infatti ha un massimo di 400 ore annue, a meno che non si tratti di alberghi e pubblici esercizi che sono stati esentati, e anche uno per l’età: giovani fino a 25 anni da compiere e over 55. Per tutti gli altri... nulla.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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