Quel negazionismo in punta d’alabarda

Due o tre cose sul Friuli e sulla Venezia Giulia. E non solo di carattere geografico

A molti di voi il nome Giovanni Marzini dirà poco o nulla. Pensateci, però un attimo, soprattutto gli sportivi e vi ricorderete di lui come cronista Rai. Seguiva anche le partite dell’Udinese nell’epoca Zaccheroni per “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Poi ne ha fatta di strada, diventando il responsabile della sede regionale della stessa Rai per lunghi tredici anni. Un’eternità. Sarebbe rimasto solo per coronare un desiderio rimasto pio: dare l’annuncio in diretta del ritorno della sua amata Triestina nel calcio che conta.

L'INTERVENTO DI MARZINI SUL SITO DE "IL PICCOLO"

Il suo amore più grande resta comunque la pallacanestro tanto che, dopo essere andato in pensione, per poco, visto che subito è stato nominato presidente del Corecom, ha coronato il sogno di rivestire un’altra presidenza: la società di basket giuliana Alma Trieste. Marzini è un tifoso, senza mezze misure.

Anche la polemica che ha scatenato sul quotidiano Il Piccolo con un articolo dal titolo “Macchè Venezia Giulia… siamo tutti friulani” dietro un’apparente ironia, nasconde un astio furioso nei confronti di ogni sostantivo, aggettivo, denominazione, che vagamente richiami il termine Friuli, senza che questo sia accompagnato da quel “Venezia Giulia”, a lui così caro.

L’occasione per manifestare questo livore gli è stata servita su di un piatto d’argento dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il quale, durante la recente visita a Monfalcone, ha osato definire gli stabilimenti «un cantiere friulano».

Al nostro Marzini stava per venire un coccolone, già scioccato dal dover vedere sventolare la bandiera del patriarca sul pennone della Regione in occasione del Tre Aprile, sempre più triste alla conferma che in Italia e nel mondo, questo pezzo di terra viene identificato comunemente come Friuli e basta, non ha resistito a queste continue profanazioni dell’unità regionale.

Voleva usare la satira, ma è cosa difficile e non per tutti, specie quando si ha la coda di paglia proprio sulla questione friulana e sull’informazione che la riguarda.

Tutto ciò sarebbe accettabile da chiunque, anche dal più convinto “alabardista” anche da quel suo giocatore che, in occasione del derby di basket con la Gsa sfoderò, tra il compiacimento dei presenti, la famosa maglietta con la scritta “Odio Udine”.

Non solo: risponderei in modo pacato, o quasi, a ogni “negazionista” della storia e della geografia, per non parlare della lingua.

Diventa invece francamente insopportabile che a ergersi a difensore dell’unità regionale, che a presentarsi vittima di un sistema perverso di “semplificazioni”, si erga chi per tredici anni ha ricoperto un ruolo di responsabilità in un servizio pubblico sbilanciato, per tempi e argomenti, a tutto favore della cronaca triestina.

Sono i numeri a parlare, sono i programmi, sono i cognomi dagli accenti sbagliati, sono la marginalità e la ridotta presenza del friulano nei palinsesti, sono i sei piani della sede regionale a fronte delle condizioni in cui versano gli studi della redazione udinese, sono le invenzioni lessicali di Pordenonese e Isontino per non far pronunciare ai redattori la corretta dizione di Friuli Orientale e Occidentale.

Perfino la Messa della domenica o è trasmessa dalla cattedrale di San Giusto o non è più messa.

Insomma ci sarà un motivo per cui si chiama “Gazzettino giuliano”? Ecco perché, signor Marzini, la sua non è ironia e nemmeno polemica, ma solo una sfacciata presa in giro.

Del resto come considerava i friulani, l’avevamo già capito da una sua intervista, sempre sul quotidiano Il Piccolo, in cui dichiarava che: «La regione potrà crescere solo quando inizierà a ragionare come un’unica città da un milione e duecentomila abitanti».

Un pensiero unico e magari “giuliano”.

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