Morto per amianto, risarcimento a rischio

La Cassazione ha accolto il ricorso di Caffaro contro la decisione di ammettere gli eredi al passivo per oltre 950 mila euro

TORVISCOSA. Nella conta impietosa delle vittime dell’amianto c’era anche lui. Friulano e padre di famiglia, impiegato per 18 anni nello stabilimento di Torviscosa della Caffaro spa come manutentore meccanico, era morto nel 2006, all’età di 59 anni, per un “mesotelioma pleurico maligno diffuso di tipo epiteloide”. Una storia tragicamente simile a tante altre, dentro e fuori regione, ma che rischia ora di aggiungere al lutto della famiglia, la beffa di lasciare tutti - moglie, figli e nipote - senza l’ombra di un centesimo di risarcimento.

La mina è rappresentata dalla recente decisione della sezione del lavoro della Corte di Cassazione, che, in parziale accoglimento del ricorso presentato dall’Amministrazione straordinaria della Caffaro srl in liquidazione, ha rinviato al tribunale di Trieste il decreto con cui nel gennaio 2012 la sezione civile del tribunale di Udine aveva ammesso gli eredi allo stato passivo dell’azienda per oltre 950 mila euro.

A congelare il provvedimento è stata la tesi del «difetto di legittimazione passiva» con cui Caffaro ha sostenuto l’assenza di continuità - e, quindi, la distinta alterità soggettiva - tra le società susseguitesi alla guida dello stabilimento di Torviscosa: prima Saici (parte del gruppo Snia Viscosa), poi Chimica del Friuli spa, e infine Caffaro spa.

Così respingendo l’obbligo di farsi carico del credito risarcitorio preteso dalla famiglia. Nel ritenere il motivo fondato, la Suprema Corte ha giudicato insufficiente la motivazione portata dal tribunale di Udine che, in linea con le argomentazioni dell’avvocato Stefano Comand, legale degli eredi, aveva superato la questione sulla base della documentazione prodotta dall’Inail. E cioè delle certificazioni rilasciate all’operaio, per indennizzarlo con una rendita vitalizia a decorrere dal novembre 2004.

Dall’istruttoria condotta dall’Istituto contro gli infortuni sul lavoro, era emerso come la malattia fosse stata contratta proprio a causa della sua esposizione all’amianto quale dipendente della Caffaro di Torviscosa. Era stata la stessa azienda, in bonis, a dichiarare agli ispettori che l’operaio «è stato alle dipendenze della nostra società dal 2 settembre 1963 al 27 febbraio 1981 nei reparti Officina manutenzioni, Nct (fuochista) e Cellulosa - Pas».

Dichiarazione che la Cassazione ha ritenuto «priva di valore accertativo» e che il collegio udinese, invece, aveva valorizzato per definire «pacifica la successione nel rapporto». Successione peraltro «mai in precedenza contestata, come emerge anche dal libretto di lavoro».

Da qui, provati il «nesso di causalità fra la malattia professionale e il decesso» e la «mancata adozione delle cautele» che avrebbero evitato ai dipendenti l’esposizione alle polveri di amianto, la quantificazione del risarcimento: 100 mila euro, in via privilegiata, quale danno tanatologico alla vittima, e ulteriori 854.841,31 euro, in via chirografaria, quale danno morale subìto dai suoi congiunti.

Al tribunale di Trieste, di fronte cui l’avvocato Comand farà riassunzione entro il termine del 25 maggio, il compito di sbrogliare la matassa.

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