Allarme terrorismo: scagionato il poliziotto che aveva diffuso l’sms

Udine, era stato indagato per rivelazione di segreti d’ufficio. Il pm: «Lo mandò a un gruppo whatsapp di soli colleghi»

UDINE. È vero, era una nota interna della Polizia di Stato e, in quanto tale, non avrebbe dovuto essere divulgata. Tanto più, riferendo di un «possibile attacco terroristico tra il 2 e il 6 gennaio 2017 di matrice islamica con l’impiego di droni e autovetture».

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Vero anche che quel comunicato, rimbalzato da un cellulare all’altro attraverso un gruppo whatsapp e finito in breve in mani sbagliate, aveva ingenerato una vera e propria psicosi sui social network tra migliaia di utenti del Friuli Venezia Giulia.

Il poliziotto che condivise quella notizia, tuttavia, agì nella consapevolezza di circuitarla in ambienti polizieschi: gente tenuta alla riservatezza esattamente come lui, insomma. Non di «rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio» si trattò, quindi, ma della semplice trasmissione di informazioni a un gruppo di colleghi.

È sulla scorta di queste considerazioni che la Procura ha deciso di chiedere l’archiviazione del procedimento a suo tempo aperto a carico dell’agente, un appuntato in servizio al Reparto mobile di Padova.

«Ben difficile sostenere la configurabilità del reato, quantomeno sotto il profilo soggettivo – ha osservato il pm Claudia Danelon, titolare del fascicolo –, atteso che deve supporsi la sua ragionevole aspettativa di riservatezza anche in capo ai destinatari (un gruppo whatsapp di colleghi e altri due singoli poliziotti, ndr), in quanto poliziotti tenuti a loro volta al segreto».

L’istanza è stata accolta dal gip del tribunale di Udine, Daniele Faleschini Barnaba, in questi giorni.

Una leggerezza compiuta in buona fede, quindi, come aveva spiegato lo stesso indagato nella memoria difensiva presentata al magistrato. Il suo obiettivo – si era giustificato – era stato di «favorire i colleghi nel compito istituzionale di vigilanza in relazione a una situazione di pericolo percepita come concreto e grave». Il che, va da sè, «non esclude del tutto il rischio di un’eventuale fuga di notizie».

Ma visto che al gruppo whatsapp erano registrati «esclusivamente appartenenti alla Polizia di Stato» e che nessuna evidenza è emersa in indagine rispetto all’invio della nota a persone a esso estranee, nulla lasciava sospettare finalità diverse da quella dichiarata.

La notizia, tuttavia, era trapelata. Era stato il passaparola a farla arrivare all’orecchio di un’impiegata di Pasian di Prato. Lo aveva appreso in quei primi giorni dell’anno da un amico del marito cui era stato riferito da un conoscente di personale della Polizia locale di Padova.

E lei, spaventata, non aveva esitato a farsene portavoce nel giro dei propri contatti - a cominciare dal gruppo whatsapp creato con le mamme dei compagni di scuola del figlio -, attraverso un messaggio vocale diventato in breve virale.

Parole in libertà che, oltre a scatenare reazioni a catena in tutta la regione, avevano costretto le forze dell’ordine a correre ai ripari, smentendo il pericolo di attentati riferiti nella comunicazione riservata del ministero dell’Interno.

L’inchiesta che la Procura aveva avviato anche su quella vicenda - separata rispetto all’altro e coordinata dal pm Viviana Del Tedesco - non si è ancora chiusa e ipotizza è il reato di procurato allarme.

Presentatasi spontaneamente in Questura non appena compreso il pasticcio combinato, la donna si era scusata, definendo quel messaggio un «gesto inconsapevole».

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