La sanità non va? Picchio l’infermiere. Aumentano le aggressioni fisiche e verbali in regione

Sono 26 i casi dei primi 4 mesi contro i 56 dell’intero 2016. A confermare il trend è uno studio condotto dal Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche A rispondere al questionario proprosto dalla sigla sono stati 216 operatori sanitari, soprattutto gli infermieri

UDINE. «La gente pensa sia un suo diritto trattare male gli infermieri». E così in reparto come in pronto soccorso, le aggressioni al personale sanitario, e non solo verbali, si ripetono e incrementano. Il 65 per cento degli operatori sanitari che lavora nelle strutture del Friuli Venezia Giulia ha assistito a fenomeni di aggressione; un ulteriore 34 per cento ha avuto notizia indiretta del verificarsi di questi episodi nella propria struttura di appartenenza. Nei primi 4 mesi del 2017 sono 26 i casi segnalati in regione (praticamente uno ogni 4/5 giorni), contro i 56 dell’intero 2016. Se si valuta la modalità dell’aggressione, nel 52 per cento dei casi è stata fisica, le restanti si è limitata ad essere verbale.


È il Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche, a svolgere - a quattro anni di distanza dalla precedente rilevazione - un’indagine su base volontaria per analizzare il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario, fenomeno che sta dando notevole preoccupazione a causa del suo intensificarsi. Attraverso un questionario online il sindacato ha chiesto la partecipazione degli infermieri e delle altre professioni sanitarie con lo scopo di mettere in luce gli aspetti più significativi, e ha deciso di dedicare alla violenza contro il personale sanitario la Giornata internazionale dell’infermiere 2017.

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Venendo ai dati, in Friuli Venezia Giulia hanno risposto 216 operatori sanitari, in maggioranza infermieri. Per gli intervistati la percezione è che il fenomeno sia in aumento o in forte aumento nell’80 per cento dei casi; solo per il 2 per cento appare in diminuzione, mentre per un intervistato su 5 il fenomeno è stabile. La tipologia di aggressione, come detto, nel 52 per cento dei casi ha avuto una componente fisica, e poco meno della metà solo verbale.



Ad essere coinvolto negli episodi di violenza è quasi sempre il singolo operatore o piccoli gruppi di operatori, fino a 3 persone, e nella maggior parte dei casi l’aggressione scaturisce da motivi collegati al servizio (68 per cento) e viene perpetrata principalmente da pazienti e parenti. Le cause si ricercano nei tempi di attesa al pronto soccorso, nei tempi di attesa o nei disguidi o nei ritardi nelle prestazioni ambulatoriali e, in maniera non trascurabile, a causa di condizioni alterate dei pazienti (spesso per problemi di dipendenze o disturbi psichiatrici).

Il dato relativo al tipo di struttura e reparto in cui si sono verificati gli episodi, evidenza una netta prevalenza dei pronto soccorso (19,6 per cento), dei reparti di degenza (35,3 per cento) e degli ambulatori (17,1 per cento) rispetto ad altri tipi di struttura.



Le aggressioni fisiche nei confronti dei sanitari avvengono con varie modalità: con atti di violenza fisica vera e propria (calci, pugni, spintoni, schiaffi), e anche con l’utilizzo di oggetti contundenti e armi, seppur in misura molto più contenuta.

Nella stragrande maggioranza dei casi (69 per cento) le forze dell’ordine non sono intervenute, e anche laddove sono intervenute il loro arrivo non è stato sufficientemente tempestivo per evitare l’esplosione di violenza (65 per cento dei casi) e quindi si sono limitati a registrare l’avvenimento a fatti ormai successi. Sul fronte aziendale si registra come il 90 per cento delle aggressioni avvenga nelle strutture pubbliche e come all’interno delle Aziende, perlomeno nella metà dei casi, esistano dei sistemi interni di segnalazione degli eventi; permane un pesante 39 per cento di casi in cui tali sistemi non ci sono.

A fronte del verificarsi degli episodi di violenza, però, desta preoccupazione il risultato dell’indagine laddove evidenzia che nel 60 per cento dei casi (cui si aggiunge un 19 per cento di “non so”) non sia stato preso alcun ulteriore provvedimento per la sicurezza degli operatori e questo contribuisce a implementare una situazione di insicurezza che diventa ancora più preoccupante tenuto conto che buona parte del personale infermieristico è costituito da donne.
 

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