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Scontro sulla moria di trote: esposto alla Corte dei conti

Ellero: perse 20 tonnellate di esemplari per un danno erariale di un milione. Ma l’Etp minimizza: diversi fattori non ci hanno permesso di spostare i pesci

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UDINE. Moria di trote marmorate nell’allevamento dell’Ente tutela pesca (Etp) di Flambro. A causa della siccità della roggia Cusana fra novembre 2016 e marzo di quest’anno sono morte «20 tonnellate di trote di quattro anni», secondo il consigliere dell’Etp Amedeo Ellero che ha deciso di portare il caso davanti alla Corte dei Conti, presentando un esposto per danno erariale, danno stimato in un milione di euro. Perdite ben più modeste secondo Paolo Stefanelli, allora direttore dell’Etp oggi numero uno dell’Ersa: «Sono morte circa 6 tonnellate di pesci per qualche decina di migliaia di euro di perdite».

La siccità che ha colpito la regione lo scorso anno si è fatta sentire anche negli impianti di allevamento dell’ente. «Già da ottobre 2016 gli addetti ai lavori avevano segnalato la necessità di alleggerire l’allevamento – ha ricostruito Ellero –, c’era un calo di acqua quotidiano che si traduceva in un calo di ossigeno che portava le trote a morire. Ma è stato deciso di aspettare a spostare i pesci. A mio parere una prova di negligenza assoluta. Per di più la moria è stata negata in Consiglio dell’Etp a lungo, solo davanti alle mie richieste e un mese più tardi hanno constatato il disastro. Personalmente ho fatto i conteggi dalle bolle di accompagnamento per l’inceneritore».

Diversa la ricostruzione che della vicenda fa Stefanelli, allora direttore dell’Etp: «Spostare le trote era difficile – ha raccontato –, abbiamo sentito altri impianti, ma erano tutti nelle stesse condizioni di carenza d’acqua. Perciò spostarle era impossibile, perché erano un po’ stremate e non c’era nessuna struttura in grado di accoglierle. Abbiamo anche cercato di curarle, le abbiamo fatte uscire appena possibile nei corsi d’acqua, ma c’era stata un’epidemia di un fungo che le ha portate alla morte. Gli stessi allevamenti privati erano rimasti con poca materia prima a causa di questa siccità in corso».

A ritardare le operazioni era stata la scelta di «attendere la decisione della commissione semine così da trasferire le trote nei corsi d’acqua – sono ancora le parole dell’ex direttore –, insomma, c’è stata tutta una serie di elementi che ha ritardo l’immissione per cui ci sono state delle perdite cospicue. Ma parliamo di 6 tonnellate, non di più». Dal canto suo il direttore dell’Etp, Flaviano Fantin, parla di una «serie di fattori molteplici. Gli uffici hanno preparato una relazione che poi io ho letto in Consiglio perché era una cosa della quale io non avevo coscienza, almeno non in quella quantità. So che c’è stata una disquisizione in Consiglio direttivo – ha aggiunto Fantin –. Purtroppo problemi idrici che coinvolgono l’ente vanno tenuti in considerazione e fanno parte della statistica dell’impiantistica di tutti gli allevamenti. Ma io ho saputo di questo fatto formalmente solo in Consiglio direttivo, il direttore aveva più sottomano la vicenda rispetto a me, credo ci sia stato un inciampo fra un ufficio e l’altro in un momento di vacatio durante il quale una comunicazione è saltata».

Sulla pesca regionale, che conta circa 15 mila appassionati, si è abbattuta però anche un’altra tegola. È la sentenza della Cassazione che ha fatto scattare il divieto di immissione di fauna ittica non autoctona, nemmeno a scopo di pesca sportiva, nelle acque dei fiumi. In ossequio alle disposizioni Ue, il Governo italiano ha bocciato l’articolo 72 della legge regionale 4 del 2016, che aveva tentato di risolvere il problema in modo tale da consentire lo svolgimento delle gare di pesca sportiva e non solo. I vincoli impongono dunque di immettere nei fiumi e nei laghi della regione solo specie autoctone, come la trota marmorata e il temolo, mentre la trota iridea e la fario sono vietate.

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