Asse Pordenone-Trieste che taglia fuori Udine 

Dai costruttori agli industriali alla politica, il resto del Friuli rischia l’isolamento Agrusti: «Destra Tagliamento strategica per il Veneto e per l’export in Europa»

PORDENONE. Il destino, a volte, regala combinazioni temporali quantomeno curiose. Nello stesso giorno, infatti, in cui in Consiglio regionale si celebravano i 70 anni dall’approvazione dell’emendamento di Tiziano Tessitori che sanciva la nascita (e l’Autonomia) della Regione, nei locali della “Marine Interiors” andava in scena l’ennesima tappa di un avvicinamento (e di un’alleanza) destinata, in un modo o nell’altro, a lasciare il segno nel futuro del Fvg.

All’assemblea di Unindustria Pordenone il grande assente, infatti, è stato il Friuli. E Udine in particolare. Si è parlato di porto di Trieste come volano per l’economia regionale e di un asse, sempre più stretto, con l’interporto della Destra Tagliamento metafora economica di una strategia di collaborazione e sinergie che rischia di schiacciare il capoluogo friulano. La mossa – geniale per il suo territorio, bisogna ammetterlo – di Michelangelo Agrusti di piazzare Pordenone e il tessuto economico-imprenditoriale locale al centro di un triangolo che comprende i porti di Trieste, Monfalcone (con Fincantieri in primis) e Marghera in Veneto, infatti, certifica come in questo schema il Friuli (inteso come provincia di Udine) difficilmente sia in grado di trovare spazio. «Il nostro territorio è strategico – ha detto il presidente degli industriali pordenonesi – sia per la composizione dell’imprenditorialità, tradizionalmente dedicata all’export nei Paesi dell’Europa centrale, sia come funzione di retroporto. Per Trieste, senza dubbio, ma pure per Marghera visto che da qui siamo in grado di servire l’intero Veneto orientale».

L’ennesima mano tesa, in altre parole, alla Venezia Giulia che difficilmente, conoscendo l’abilità strategica di Agrusti, nasce a caso. D’altronde fa seguito alle voci, sempre più incessanti, di unione tra Unindustria Pordenone e Confindustria Venezia Giulia (nata dal matrimonio di Trieste e Gorizia). «Non ci sono novità di rilievo – ha commentato ieri Agrusti a margine del direttivo regionale dell’associazione –, ma abbiamo semplicemente stabilito la necessità di una maggiore integrazione interna».

Tutt’altro che una smentita e in fondo il recente passato – uscendo dai confini degli industriali – rappresenta la migliore cartina tornasole possibile. A maggio i costruttori della Destra Tagliamento e quelli di Trieste hanno votato all’unanimità la fusione. Parla chiaro, poi, la storia delle Camere di commercio. Pordenone «che si opporrà fino in fondo alle furbizie dell’ultimo momento» – parola di Agrusti – non ne vuole sapere dell’unione con Udine come stabilito dalla legge nazionale di riforma del sistema. Adesso insiste sulla Camera unica, ma in precedenza aveva deliberato per due volte l’unione con Gorizia e Trieste ricevendo in entrambe le circostanze un secco «no grazie».

Insomma, al tradizionale sguardo a ovest (leggasi il Veneto) di Pordenone, da qualche anno a questa parte, la Destra Tagliamento ha aggiunto il salto triplo sopra al “grande fiume” rompendo quello storico asse con Udine che nei decenni ha funzionato da baricentro e collante – fondamentale per una regione “artificiale” come la nostra – con possibili rischi per la tenuta della Specialità ancora da valutare. Il tutto, va detto, nella quasi immobilità del Friuli orientale.

Sarebbe facile, ma fuorviante, gettare la croce addosso a Pordenone ripetendo la solita litania (ormai anche un po’ stantia) di un territorio che teme «di essere fagocitato da Udine» e che guarda oltre Tagliamento con sospetto. Agrusti, come il resto della classe dirigente pordenonese e giuliana, fa soltanto il proprio mestiere e punta a tutelare il territorio di cui è espressione. No, quello che sta mancando – a Roma come a Trieste e non da oggi, beninteso – è la classe dirigente udinese. Incapace di valorizzare il ruolo del Friuli a livello regionale così come – dal mondo dell’economia a quello della politica – a immaginare uno scenario futuro per il territorio sottovalutando, allo stesso tempo, i pericoli di un divorzio dallo storico matrimonio con Pordenone. Da ieri, poi, si è aperta la partita del porto franco di Trieste. Potenzialità enorme per tutta la regione, senza dubbio, ma anche rischio concreto – in caso di rinnovata immobilità e miopia di imprenditori e politici friulani – di tagliare fuori Udine dai corridoi economici che contano davvero. Per sempre.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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