«Lavori forzati per pagare il viaggio verso l’Europa» 

Dopo un anno tornano i migranti dall’Africa sub-sahariana all’ex caserma Friuli La storia di Abibi: «Obbligato a lavorare per guadagnare i soldi per il viaggio»

Chissà se ad Abibi hanno raccontato chi è Ruud van Nistelrooy. Porta il suo nome sul retro della maglietta che gli hanno consegnato a Cosenza, dove lo hanno accolto dopo un viaggio in barca durato giorni, dalle coste della Libia alla Calabria. La t-shirt arancione fluorescente è la replica di quella che l’Olanda indossava durante le partite dell’europeo del 2004. Abibi aveva cinque o sei anni, ora «ne ho 18 o 19, non lo so», racconta senza abbassare lo sguardo, in un angolo d’ombra dell’ex caserma Friuli. Il direttore della Croce rossa di Udine, Fabio Di Lenardo, annuisce: «In Africa le anagrafi sono ancora rare».

È arrivato in regione sabato scorso, assieme ad altri 106 migranti smistati dal Viminale in Friuli, provenienti da Cosenza e Salerno. Era da un anno e mezzo che le strutture militari riconvertite a centro d’accoglienza (assieme alla Friuli c’è anche la Cavarzerani di via Cividale) non ospitavano un così nutrito drappello di profughi originari dell’Africa subsahariana. Gli incessanti flussi dalla rotta balcanica (da lì arrivano soprattutto afghani e pakistani) avevano quasi obbligato il Ministero dell’Interno a togliere Udine dalla mappa delle mete alle quali destinare i richiedenti asilo accolti nell’ambito di Mare Nostrum. Il calo del numero di migranti in città è subito coinciso con l’invio di un contingente disposto dal Viminale.

Abibi arriva dal Gambia. Ha avuto problemi con la famiglia: ha perso ancora piccolissimo la mamma, la compagna del padre non lo vuole tra i piedi. È dura: manca il cibo, non ha un tetto sopra la testa. E allora decide di partire, di lasciarsi alle spalle la famiglia che non c’è più. La Libia è la prima tappa, ma pure il primo ostacolo. Lì i trafficanti di uomini giocano con i sogni, li sfruttano: «Vuoi andare in Italia? Devi pagarti il viaggio». E per guadagnare devi lavorare, «ti mettono in uno stanzone che sembra una prigione, ti danno cibo e acqua una volta al giorno». Il transfer ha un prezzo variabile: può costare 1.500 come 3 mila euro. «I need protection», “ho bisogno di protezione internazionale”, ripete quasi ossessivamente Abibi durante la nostra chiacchierata. Non vuole rimanere in Italia: una volta ottenuto lo status di rifugiato si rimetterà in viaggio, verso la Francia o la Germania.

La nostra presenza non passa inosservata. È una scossa alla routine delle giornate che scorrono uguali tra le mura dell’ex caserma. Si avvicinano incuriositi altri ragazzi: due, cinque, dieci. Vorrebbero raccontare le loro storie, il direttore della Cri indossa i panni del vigile urbano e li smista. Samuel è scappato dalla Guinea. Meglio: è scappato dall’ebola, che ha colpito la sua famiglia alla fine dell’anno scorso. Ci ha messo otto mesi per arrivare in Italia, attraversando Mali, Burkina Faso, Niger e infine la Libia. «Il primo ostacolo l’ho incontrato proprio in Burkina: ho dovuto lavorare come meccanico per tre mesi e mezzo per guadagnare i soldi necessari ad arrivare in Libia», racconta in francese, mentre una volontaria della Croce rossa traduce i suoi pensieri. Filmon arriva dall’Eritrea, racconta di avere 19 anni: i tratti somatici confermano che da quelle parti l’età è un’opinione. «Voglio imparare a lavorare, mi piacerebbe restare in Italia: devo guadagnare per dare una mano alla mia famiglia, che è rimasta laggiù», sussurra timido.

Dentro la Friuli le regole sono rigide, non si sgarra. Il pesante portone in ferro battuto che s’affaccia su via Pastrengo apre quattro volte al giorno, in concomitanza dei tre pasti (colazione, pranzo e cena), per permettere agli ospiti della struttura di entrare e uscire a ridosso dell’attivazione della mensa. I ragazzi si gestiscono, rassettano le stanze e fanno le pulizie. Negli orari d’apertura la garitta è presidiata da un volontario della Cri, che controlla entrate e uscite dall’ex complesso militare: tutti gli ospiti hanno un braccialetto, devono specificare se consumeranno il pasto in mensa o se preferiscono restare fuori. Dopo neanche una settimana i meccanismi sono oliati: per capirsi c’è l’inglese, al limite un po’ di francese. E i gesti sono il rimedio estremo, quando la lingua non aiuta.

«Non c’è soltanto l’instabilità politica di quell’area a scatenare le migrazioni – spiega Di Lenardo –. I motivi sono legati anche alle condizioni di vita talvolta estreme, basti pensare ai gravi problemi di siccità che affliggono il Ciad, ad esempio. Questi ragazzi scappano quasi per un’innata ribellione alle difficoltà, per puro spirito di sopravvivenza. Da un anno e mezzo a questa parte non eravamo investiti dalla gestione dell’accoglienza di migranti africani, anche se per il Friuli non è una novità: tre anni fa a Palmanova ne smistammo a centinaia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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