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Viaggio nella “rainbow family” dove tutto funziona in assenza di regole

Il reportage di Andrea Maggi per il Messaggero Veneto. «Il segreto? Saper apprezzare quello che c’è»

3 minuti di lettura

Gli occhi di Mare sono gli occhi della pace. Mare è un bambino sorridente, biondo, bellissimo. Pochi giorni fa ha compiuto sette anni. Me lo dice mostrandomi uno dei regali che ha ricevuto, un furgoncino rosso minuscolo, lungo appena una falange. Ha ricevuto anche altri regali, certo.

Una piuma, per esempio. Per quei regali è felicissimo. Penso a tanti bambini di sette anni di mia conoscenza, che se per regalo non ricevono uno smartphone da settecento euro minacciano di morte i genitori. Invece Mare è felicissimo per quei regali. Ha dei fiori dipinti sul viso.

Mi fa capire a modo suo che la contentezza non proviene dai regali in sé, ma dal fatto che altri si siano ricordati del suo compleanno e gli abbiano dimostrato di volergli bene e di tenerlo in considerazione. Questo lo rende felice; questo e un pupazzetto rosa con le orecchie lunghe, che ama far roteare su se stesso. Mare, che nome strano per un bambino. Mi spiega che viene dalla Toscana.

Fa parte della comunità degli Elfi e al Rainbow family di Tramonti di Sopra si trova come a casa. Attorno a lui ci sono molti bambini. Corrono, saltano, piangono, come tutti i bambini del mondo. Ma qui lo fanno in assoluta libertà. Non ci sono piani di vigilanza. Cos’è l’assoluta libertà? Sono quei bambini che corrono sull’erba a piedi nudi ridendo e piangendo.

Due bambine sono chine sul torrente Viellia, che nasce proprio lì, poco più a monte e scorre proprio alle spalle della malga Chiampis. Mi sporgo per vedere cosa stanno facendo. Hanno costruito una barchetta con mezzo guscio di noce e una foglia come vela e la stanno varando sulle acque del torrente. Il momento è solenne. Dunque i bambini possono ancora divertirsi con mezzo guscio di noce e una foglia; non servono consolle da seicento euro o applicazioni per i telefonini che riducono i cervelli a poltiglia informe.



Poco prima, sul sentiero che conduce alla valle dov’è situato l’accampamento, avevo incrociato due madri con i loro due figli, uno di quattordici e l’altra, bellissima e biondissima, di otto anni al massimo. Tornavano in Germania. Ho chiesto loro in inglese che cosa hanno imparato i loro figli al Rainbow family.

Le madri rispondono senza esitare che hanno imparato ad apprezzare quello che c’è. Come tutti i bambini, all’inizio anche loro di tanto in tanto hanno fatto i capricci perché volevano la cioccolata o perché a cena avrebbero voluto mangiare un trancio di pizza.

Ma Tramonti dista due ore di sentiero piuttosto impervio dall’accampamento e dunque, quando si mangia, si mangia quel che c’è (e ce lo si fa piacere). Di più, i loro figli hanno imparato ad apprezzare quel che c’è da mangiare non perché è la cosa più buona del mondo, ma perché è nutrimento donato dalla madre Terra e da padre Cielo, come dicono i Rainbow. Sorrido: mi sovviene di aver visto coi miei occhi al ristorante decine, forse centinaia di bambini minacciare di invadere la Polonia su due piedi perché nel menu non c’era il loro piatto preferito.



Al Rainbow family tutto funziona in totale assenza di regole. In totale assenza di regole ciascuno mette i suoi saperi a disposizione degli altri. Chi sa fare qualcosa organizza dei workshop in cui insegna agli altri ciò che sa. E dunque in un punto della magnifica valle si impara lo yoga, altrove si suona, altrove si tagliano le verdure e si cuoce il riso - perché la dieta lassù è esclusivamente vegetariana - e chi non taglia, imbraccia uno strumento e suona per allietare chi lavora.

C’è chi raccoglie la legna per il fuoco e chi bada ai bambini, chi si fa gli affari suoi e chi si lava nel torrente. Ci sono escursionisti che giungono per vedere la Famiglia arcobaleno, come me, e che come me viene accolto a braccia aperte.

Come può funzionare una comunità senza regole? Me lo spiegano. Mi dicono: «Se vedi che c’è un lavoro da fare, quello è il tuo lavoro. Dunque, fallo».

Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, ma cosa puoi fare tu per il tuo Paese, disse J.F. Kennedy durante il suo discorso di insediamento, nel 1961. Riconosco la distanza siderale tra gli USA di Kennedy e la Famiglia Arcobaleno, tuttavia non posso non notare certe sintonie. Mi si avvicina, sorridente, un certo Giuseppe. Ha capito che sono lì per scrivere di loro.

È di Milano, ma dall’inflessione tradisce un’origine umbro-toscana. Tra i quaranta e i cinquanta, capelli lunghi, barba, abiti vaporosi e multicolori. Mi spiega che la filosofia del Rainbow Family è considerare tutti i presenti parte di un Uno, pertanto ciascuno deve amare gli altri tanto quanto ama se stesso.

Mi spiega che a chi non lo vuole capire è difficile spiegare il senso di pace che possono trasmettere i loro raduni e per non farmi andare via senza aver capito mi chiede, no, mi abbraccia senza chiedermi niente. Al nostro abbraccio si uniscono spontaneamente altri che non conosco, ma non me ne importa niente. Mi abbracciano come fossi loro fratello.

E io faccio lo stesso. Al raduno sono rimasti ormai poco più di un migliaio di presenti, la maggior parte se n’è già andata, ma ancora ci sono persone provenienti da tutto il mondo, dall’India, dalla Scozia, dalla Polonia, dall’Italia certamente, addirittura da Haiti. Recitiamo insieme l’Om e la valle risuona di quella nota ancestrale.

Come non pensare a Pitagora, che insegna che l’amicizia è un’equivalenza musicale? Come non pensare a chi è morto quassù, ma anche a chi è nato? A quello che ai miei occhi appare come disordine, ma che comunque passa in secondo piano rispetto all’armonia che scorgo tra queste persone? Come non pensare a tutto il sapere di cui si può beneficiare con un abbraccio?

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