Uccise il figlio, ma era adottivo: ergastolo annullato

La Cassazione sul caso di Remanzacco costato all’Italia la condanna europea. Accolto il motivo della difesa: aggravante esclusa se non c’è consanguineità

UDINE. Ion era un figlio adottivo. Tra lui e il suo patrigno Andrei Talpis, quindi, non esisteva un rapporto di consanguineità. Sul piano civilistico, vale la parificazione di status con i figli legittimi operata dalla legge. Secondo il codice penale, invece, la distinzione permane e basta a escludere l’aggravante speciale che, proprio in virtù dell’esistenza di una discendenza tra la vittima e il suo carnefice, in caso di omicidio prevede la pena del carcere a vita.

Questo ha sostenuto la difesa nel ricorso discusso martedì davanti alla I sezione della Corte di Cassazione e questo hanno affermato i giudici di legittimità nel verdetto emesso a fine giornata. «Sentenza annullata senza rinvio», hanno dichiarato, cancellando l’ergastolo inflitto dal gup di Udine nel 2015 e confermato dalla Corte d’assise d’appello di Trieste nel 2016. «E trasmissione degli atti alla Corte d’assise d’appello di Venezia per la quantificazione della pena», hanno aggiunto, prescrivendo che non scenda sotto i 16 anni di reclusione.

Punto e a capo, quindi, ma con un range sanzionatorio enormemente più limitato. L’omicidio commesso la notte del 26 novembre 2013, quando Talpis, 57 anni, originario della Moldavia e all’epoca residente a Remanzacco con la famiglia, colpì mortalmente con un coltello da cucina il figliastro 19enne, potrebbe chiudersi a questo punto con una condanna compresa tra i 20 e i 16 anni.

Tutto dipenderà dalla valutazione che del caso darà la nuova giuria e dal peso assegnato all’eventuale riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. Certo è che lo sconto fino a un terzo della pena previsto dalla scelta del rito abbreviato consentirà, anche nel caso peggiore, di restare al di sotto dei 30 anni. Sull’imputato, in carcere da allora, pende anche l’accusa di tentato omicidio della moglie Elisaveta, sua coetanea e connazionale. Era stata proprio l’ennesima violenta lite tra i genitori a spingere Ion a frapporsi tra loro.

Lo aveva fatto per difendere la madre dalla furia del patrigno, rincasato attorno alle quattro completamente ubriaco. Vessazioni arcinote all’autorità giudiziaria e ai servizi sociali, eppure proseguite fino al tragico epilogo. Non è un caso se la Corte europea dei diritti umani, lo scorso marzo, condannò l’Italia a pagare alla donna 30 mila euro per non avere fatto abbastanza per proteggere lei e i loro figli dalle violenze domestiche del marito. Il ribaltamento deciso dalla Cassazione, naturalmente, non incide in alcun modo sulla decisione europea.

Nel ricorso presentato dall’avvocato Roberto Mete, difensore dell’imputato, oltre al motivo decisivo dell’erronea contestazione dell’aggravante relativa al rapporto di parentela - di cui, peraltro, il procuratore generale stesso aveva chiesto l’accoglimento -, era stato anche affrontato l’argomento della preterintenzionalità dell’azione fatale. «Talpis non voleva uccidere il figlio – ha sempre sostenuto il difensore –. Ogni sentimento di disagio e disistima appariva essere stato sempre rivolto verso la moglie e la figlia (Cristina, sorella di Ion, ndr).

La morte è avvenuta per effetto di una sola coltellata, inferta all’esito di una lotta corpo a corpo, mentre il figlio tentava di disarmarlo». Non meno dibattuto il motivo relativo alla mancata valorizzazione, nei precedenti due gradi di giudizio, della personalità disagiata dell’imputato.

«Il nostro consulente psichiatrico – ha ricordato l’avvocato Mete – nell’escludere patologie rilevanti sul piano dell’imputabilità, ha offerto il quadro personale sconfortante di un uomo alcolista, disadattato ed emarginato». Da qui, ai fini di una «equilibrata modulazione della pena», la richiesta della concessione delle attenuanti generiche.

«La questione è talmente spinosa e complessa, che non possiamo che attendere di leggere la sentenza, per valutare il da farsi», ha affermato il legale di parte civile, l’avvocato cassazionista Giuseppe Campanelli, di Roma. D’accordo con lui le colleghe Samantha Zuccato e Cristina Rainis, di Udine, che hanno assistito Elisaveta nei primi due gradi e che ieri le hanno comunicato il verdetto.

«Ha appreso la notizia con grande sgomento – hanno riferito –. Ha paura ed è convinta che, una volta fuori, Talpis tornerà a farle del male».
 

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